lunedì 28 maggio 2018

Ecco che cos'è l'impeachment e come funiona



L'articolo 90 della Costituzione prevede la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica. Ecco di che cosa si tratta e i casi in cui si può richiedere
È Luigi Di Maio il primo a chiederlo: impeachment per Sergio Mattarella. Giorgia Meloni si è subito unita. Ma di che cosa si tratta, precisamente?




IMPEACHMENT O MESSA IN STATO D’ACCUSA
Impeachment è il termine inglese per indicare quella che la Costituzione italiana definisce la «messa in stato d’accusa» del capo dello Stato. «Il Presidente della Repubblica», dice l’articolo 90 della Carta, «è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». Il Capo dello Stato dunque può essere giudicato solo per i reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione (è il caso di Sergio Mattarella). È il Parlamento riunito in seduta comune a doverla decidere a maggioranza assoluta; il Comitato, poi, ha 5 mesi di tempo (prorogabili) per esaminare la richiesta. Il giudizio sul Presidente è poi demandato alla Corte Costituzionale, come stabilisce l’articolo 134 della Costituzione.



PRIMA DI MATTARELLA, LEONE, SCALFARO E COSSIGA
Il primo Presidente della Repubblica minacciato di impeachment fu, nel 1978, Giovanni Leone. Lasciò l’incarico dopo una lunga campagna legata allo scandalo Lockheed (illeciti nell’acquisto da parte dello Stato italiano di velivoli dagli Usa). Lasciò – 14 giorni prima dell’inizio del semestre bianco – il 15 giugno 1978 quando la direzione del Pci annunciò di voler avviare la procedura di messa in stato di accusa. Fu poi riconosciuta la sua estraneità. Il secondo a essere minacciato fu Oscar Luigi Scalfaro che, per difendersi dalle accuse di aver gestito fondi neri a uso personale quando era stato ministro dell’Interno, parlò in tv a reti unificate: era il 3 novembre 1993, non si arrivò mai a formulare la proposta della messa in stato di accusa e Scalfaro concluse il suo mandato presidenziale. Anche Francesco Cossiga, nel 1990, ci andò vicino nell’ambito della vicenda Gladio: la sua messa in stato di accusa fu formalmente presentata nel 1991, ma il Parlamento la respinse. L’anno dopo Cossiga fu nuovamente accusato. Si dimise il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato. Non ci fu il voto sulla messa in stato di accusa.

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