mercoledì 21 marzo 2018

Meridionali nullafacenti? Falso: Il Sud è un posto dove si lavora troppo per troppo poco


La politica che si interroga sui motivi della rivolta elettorale del Sud dovrebbe guardare la bella inchiesta del “Corriere” sui viaggi della speranza dei giovani infermieri meridionali in cerca di un’assunzione “regolare” al Nord. Cinquemila partecipanti per 5 posti in ospedale, uno rito che


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 qualcuno ripete per la ventesima volta. Non sono disoccupati, lavorano tutti nelle loro città ma in condizioni feudali: a partita Iva, a chiamata, a part-time “quando serve”, a giornata, a sostituzione, a 8.50 lorde all’ora ma anche a 6, incluse le spese di benzina e trasporti legate agli interventi domiciliari.

Il vecchio caporalato metteva in fila i braccianti e passava coi camion caricando i cafoni necessari alla raccolta dei pomodori o delle mandorle. Il nuovo non ne ha bisogno. Vanno loro. Si sono organizzati, affittano pullman, dividono le spese, partono di notte a centinaia per risparmiare sul treno e sul pernottamento, si accodano, fanno i quiz, ritornano ai loro lavoretti meridionali, dando vita a un ecosistema della disperazione dove c’è qualche spiccio per tutti: chi allestisce il servizio, i noleggiatori, gli autisti, e perfino le società organizzatrici di concorso che di solito sono pagate un tot a persona. E’ la New Economy all’italiana, e ovviamente non riguarda solo gli infermieri. Il concorso scuola 2016, che non è ancora finito: 165mila candidati per 63mila posti. Concorso Polizia: 400mila domande per 1.148 posti. Concorso Bankitalia: 85mila domande per 30 posti.

Il Sud dei nuovi cafoni, il Sud che vota il reddito di cittadinanza, è stato raccontato come il territorio dei nullafacenti che aspirano al sussidio, ma forse converrà guardare in faccia le cose e rovesciare il punto di vista. Il Sud è il luogo dove si fanno 800 chilometri di notte per conquistarsi un contratto, dove si lavora nei call center a 2,50 euro lordi l’ora, dove i camionisti si iscrivono alle liste di collocamento polacche o rumene pur di essere assunti, dove si trotta otto ore al giorno nei bar per quattrocento euro al mese. Vi sembra un mondo votato all’assistenzialismo o alla nullafacenza?

La vera questione meridionale aperta dal voto del 4 marzo chiama in causa lo sguardo con cui una classe dirigente quasi totalmente di origini settentrionali ha visto e interpretato il Mezzogiorno, lasciandosi suggestionare, oltrechè da una storica diffidenza, da un ventennio di messaggi leghisti sull’Italia “di serie B”. I “cerchi magici” della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia, e infine della Toscana e della Liguria si sono alternati al potere nell’ultimo ventennio con la stessa lettura della crisi italiana, che prevedeva di salvare il salvabile – cioè il Nord – e di lasciare al suo destino il Meridione, “troppo arretrato”, “troppo pigro”, “troppo lento”, e comunque controllabile con gli artifizi del voto di scambio e della clientela.

Il geniale paradosso salviniano è che, dopo aver piegato l’immaginario della politica al racconto di un Sud parassita e fancazzista, mafioso, dissipatore di risorse, persino puzzolente, è andato giù a raccogliere l’esasperato grido d’aiuto dei meridionali, ricavandone percentuali modeste ma sufficienti al suo progetto di leadership nazionale. Ora che l’operazione è compiuta, magari saranno riabilitati anche loro, i giovani infermieri, maestri, aspiranti poliziotti, cancellieri, contabili, con i loro viaggi della speranza al Nord, dei quali fino a ieri si diceva “ci rubano il lavoro” chiedendo assunzioni pubbliche su base territoriale. Sarà comunque un bene (anche se il lavoro non lo troveranno lo stesso).

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