lunedì 4 settembre 2017

CAPOLAVORO DE MITA, E’ IL RE DEI PARASSITI: 8 MILIONI DI GUADAGNO GRAZIE AL REGALO DELL’INPS


LINK SPONSORIZZATO


DE MITA IMMOBILIARISTA – VENDE AD 11 MILIONI L’ATTICO DI VIA IN ARCIONE, PAGATO 3 MILIONI – VICINO FONTANA DI TREVI E PIAZZA DI SPAGNA – CON AFFITTOPOLI CI SI GUADAGNA – PARTE DELLA RISTRUTTURAZIONE PAGATA DAI SERVIZI SEGRETI NEL 1988 – ALL’EPOCA CIRIACO ERA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO


Lilli Garrone per il ”Corriere della Sera – Roma”

La spending-review potrebbe aver contagiato anche casa De Mita. Secondo indiscrezioni, la famiglia dell’ex presidente della Democrazia Cristiana avrebbe messo in vendita il grande appartamento di via in Arcione per una cifra vicina agli 11 milioni di euro.

Così, con trattative segretissime e una buona dose di mistero, dovrebbe passare di mano una delle più celebri abitazioni «politiche» di sempre, uno dei simboli del potere della Prima Repubblica. È qui che Luigi Ciriaco De Mita – ancora in attività, eletto nel 2014 sindaco di Nusco, il paese di quattromila abitanti dove è nato nel 1928 – si trasferì poco dopo la nomina a presidente del Consiglio, nel 1988.

Immobile di lusso

L’annuncio sui siti degli immobili di lusso, parla di un «prestigioso attico di 630 metri quadri a via in Arcione, a due passi da piazza di Spagna, Fontana di Trevi e piazza Barberini…con 530 metri quadri di appartamento su due piani e 93 metri quadri di verande…», più le terrazze: altri 200 metri quadri. Impossibile, però, vedere immagini e saperne di più, nonostante gli accrediti.

Il giovane portiere dello stabile, Alessandro, nega disperatamente: «Ma no, non ne so nulla, la famiglia vive ancora qui…». Quanto ai pochissimi abitanti rimasti nei dintorni, sembrano ignari di tutto: «Da queste parti non si sa mai niente… Una signora ha messo in affitto un negozio e poi ha cambiato tre volte numero di telefono», sottolineano. Le voci, però, trovano anche conferme illustri, seppure sotto la garanzia del rispetto più rigoroso dell’anonimato.

 Cause e inchieste

Il mistero, del resto, ha circondato da sempre questa casa-simbolo della Prima Repubblica, dall’arredo sontuoso ma conosciuta anche per i cacio-cavallo di Avellino che erano appesi sul retro della terrazza. Anni di cause e inchieste giudiziarie non sono mai riusciti del tutto a svelare le vicissitudini dell’ appartamento: dapprima in affitto dall’Inpdai, che ne era il proprietario (per un canone mensile tra i 2 mila e i 3 mila euro: il rinnovo del contratto di locazione del 2000, prima dell’acquisto, parla di 71.562.540 lire l’anno), ha cambiato proprietà solo nel 2011 per 3.415.700 euro, cifra considerata molto al di sotto (qualcuno disse la metà) del valore effettivo di mercato degli appartamenti.

Dimensioni misteriose

Persino le reali dimensioni dell’immobile sono avvolte nel mistero: per far spazio alla famiglia del potente politico, la moglie Anna Maria e due dei quattro figli, Antonia e Giuseppe, furono infatti uniti tre appartamenti al quarto e quinto piano del settecentesco palazzo Gentili del Drago. Tutto fu poi restaurato ad arte e blindato con vetri antiproiettile, solidi pannelli contro gli sguardi indiscreti e porte d’acciaio (si disse che i lavori furono pagati dal Sisde, il servizio segreto, per motivi di sicurezza). Marmi, maioliche, parquet e rifiniture di grande pregio, andarono a impreziosire il tutto, secondo i dettami e i gusti della famiglia De Mita. Che, sulle maniglie di ottone delle porte di casa, aveva anche inciso le sue iniziali stilizzate e intrecciate. Adesso, forse, dovranno essere cambiate.

 Franco Bechis per “Libero quotidiano” del febbraio 2011
Il timbro definitivo è arrivato il 4 febbraio scorso, quando è caduta la prelazione che poteva esercitare il ministero dei Beni culturali. Da quel giorno Ciriaco De Mita insieme alla moglie Anna Maria e ai due figli Antonia e Giuseppe sono divenuti formalmente e definitivamente proprietari dell’ attico e superattico da leggenda in via in Arcione che hanno segnato buona parte della storia di Italia.

Il contratto di acquisto portava la data del 21 ottobre 2010 ed è stato stipulato con sospensiva (in attesa dei Beni culturali) davanti al notaio Nicola Cinotti di Roma. Alla fine i De Mita sono riusciti a venire in possesso della supercasa in cui da 30 anni circa erano in affitto (appartenne all’Inpdai, poi all’Inps e alla Scip) pagando 3.415.700 euro per due appartamenti che alla vigilia sono stati frazionati in tre che secondo la vulgata superavano complessivamente 550 metri quadrati coperti e più di 200 aperti o parzialmente verandati.
Se la metratura fosse questa, il prezzo pagato è stato circa la metà di quello previsto dal mercato. I De Mita hanno goduto infatti di tutti i privilegi previsti dagli inquilini degli enti di Stato al momento della vendita nonostante quell’immobile fosse stato classificato di pregio (e quindi non avrebbe dovuto fare sconti agli inquilini acquirenti).

Per la prima volta in quell’atto viene descritto nel dettaglio l’attico e superattico che è stato trasformato in tre appartamenti alla vigilia della vendita: “appartamento posto ai piani quarto e quinto, collegati fra loro tramite scala interna, distinto con il numero 7, composto da salone, sei camere, accessori, tre balconi e due terrazze con verande al piano quarto e due camere, accessori, terrazzo e veranda al piano quinto”.

Così è stato censito anche se in tempi recenti è stata denunciata “variazione per ampliamento-diversa distribuzione degli spazi interni il 12 ottobre 2010”, ed è stata solo l’ultima di una serie di vorticose ristrutturazioni compiute. La divisione in tre di attico e superattico ha consentito a tutti i membri della famiglia De Mita di risultare acquirenti.

 L’appartamento più grande è stato acquistato dai coniugi De Mita, che hanno messo ciascuno una quota da 853.925 euro. Somma identica, ciascuno per avere un appartamento derivato dalla ristrutturazione, hanno messo i figli Antonia e Giuseppe De Mita. Il prezzo è stato pagato subito all’ atto della vendita, attraverso 16 assegni circolari emessi dalla Banca della Campania spa e destinati all’Inps.

 Dodici di questi assegni ammontavano a 250 mila euro ciascuno e quattro a 103.925 euro. Nel prezzo di vendita sono compresi sia tutti i lavori di ammodernamento effettuati negli anni (compresi quelli effettuati venti anni fa dal Sisde per garantire la sicurezza di De Mita), sia gli abusi edilizi per cui l’ente di previdenza proprietario nel 1995 aveva presentato numerose domande di condono al comune di Roma senza avere ancora ricevuto risposta definitiva.

 L’Inps ha però voluto fare inserire in contratto la sua non responsabilità per abusi edilizi riscontrati in casa De Mita prima di procedere alla vendita senza che fosse nemmeno informato il padrone di casa (si tratta di tre verande abusive).

Così Antonio Mastrapasqua ha fatto inserire una nota nel testo contrattuale, sostenendo che “l’unità immobiliare oggetto del presente atto risulta conforme sotto il profilo urbanistico, ad eccezione delle due verande situate sui due terrazzi del quarto piano e della veranda e del piccolo manufatto situati sulla terrazza del piano quinto, che sono stati realizzati direttamente dalla parte acquirente senza autorizzazione alcuna da parte dell’istituto ed in assenza di un valido titolo edilizio (autorizzazione, licenza o concessione)”.

“GENTE SEMPRE A CACCIA DI SOLDI, NON GLI BASTANO MAI” – SCANDALO TAV, ECCO CHI SONO I FIGLI DEI PARASSITI ARRESTATI PER TANGENTI


LINK SPONSORIZZATO


1. CORE DE PAPÀ! L’EX MINISTRO LUNARDI: ”IL FIGLIO DI MONORCHIO E GLI ARRESTATI? GENTE SEMPRE A CACCIA DI SOLDI, NON GLI BASTANO MAI. MIO FIGLIO NON C’ENTRA NIENTE”


2. ”NOI NON ABBIAMO BISOGNO DI NESSUN FAVORE, TANTOMENO DA QUELLA GENTE LÀ. IL PROGETTO LO AVEVAMO VINTO PRIMA CHE DIVENTASSI MINISTRO. E NON FACCIAMO IL CEMENTO”
3. LE TANGENTI TRA INGEGNERI ERANO ”MOZZARELLE”, BUSTE PIENE DI SOLDI, O ”PAGHETTE”. E POI UN BEL PO’ DI VIAGRA, MIGNOTTE E SERATE ALLEGRE. ”MA NON LE BRASILIANE, MI FANNO SCHIFO. PREFERISCO LE BIANCHE”. ”LE PASTICCHE CE LE HAI?”. ”ARRIVANO DENISE E MORENA”

1.L’ EX MINISTRO: «È GENTE SEMPRE A CACCIA DI SOLDI MA GIUSEPPE NON È COME LORO»

Virginia Piccolillo per il ”Corriere della Sera”

Ingegner Pietro Lunardi, c’ è anche suo figlio Giuseppe, tra gli indagati per corruzione dell’ inchiesta sulle Grandi opere.

«Sì ma mio figlio non ha nulla a che fare con loro».

Loro chi?

«Il figlio del ragionier Monorchio e questi signori arrestati. Ci si confonde sui ruoli, ma la nostra azienda, la Rocksoil, di cui mio figlio è amministratore delegato da quando io ho dovuto lasciare per fare il ministro nel governo Berlusconi, fa progettazione. Loro invece fanno la direzione dei lavori».

Dal tono non sembra molto in sintonia.

«No, assolutamente. Anzi. Non mi sono mai piaciuti. Hanno già incassi alti dai lavori, ma sono sempre in cerca di altre fonti di guadagno».

Quindi non aveva suggerito di lavorare con loro?

«Assolutamente no. Mi domando come si possa lavorare con certa gente. Ai miei avevo sempre raccomandato di fare solo i nostri lavori, che ne abbiamo già abbastanza: è uno studio di 150 persone»

Però nell’ ordinanza si parla di «promesse» che suo figlio avrebbe fatto a Giampiero De Michelis, direttore dei lavori.

«Siamo a livello di promesse? È giusto che indaghino. Ma mio figlio non ha promesso nulla, perché non abbiamo bisogno di niente».

I magistrati dicono che De Michelis aveva svolto funzioni di controllo sulle attività della Rocksoil.

«Non devono controllare noi, ma che l’ opera sia svolta secondo il nostro progetto. Con loro abbiamo fatto solo una gara. Ma che poi non abbiamo vinto».

Forse in quella occasione, c’ erano state proposte di sinergie?

«No. È finita lì. Loro avevano un altro cantiere sulla Salerno-Reggio Calabria, forse si riferiscono a quello. Ma noi non c’ entriamo nulla»

I pm parlano di subappalti. Forniture di materiali che ai danni del contribuente sarebbero stati di qualità inferiore a quella dovuta…« Il cemento come colla»…

«Noi non ci occupiamo di materiale. Facciamo gallerie. È roccia. Non cemento».

Non vi eravate accorti di possibili illeciti o irregolarità sul cantiere?

«No. I lavori si svolgevano secondo i tempi previsti».

Quando vi eravate aggiudicati il progetto?

«Prima ancora che diventassi ministro. Avevamo avuto la progettazione iniziale. E poi, normalmente, chi ha fatto il progetto si aggiudica anche quella esecutiva. Ma non abbiamo mai avuto alcun favoritismo».



Sapevate che suo figlio era indagato?

«No. Lo ha scoperto in mattinata quando sono arrivati i carabinieri. Hanno controllato i progetti. Va benissimo che vadano fino in fondo. Alla fine scopriranno che mio figlio non c’ entra nulla».

Nelle carte si parla di un’«amalgama» di favori scambiati con utilità.

«Sì, ma noi non abbiamo avuto nessun tipo di favore. A noi non serve nulla. Tantomeno da quella gente là».

2.“INGEGNERE, LA PAGHETTA” E SE NON BASTAVANO I SOLDI SI PASSAVA AI RICATTI

Fabio Tonacci per la Repubblica

Il sistema era, a suo modo, semplice e funzionava così. Sempre. Quale che fosse la grande opera da portare a termine (si fa per dire). E non era un Sistema nuovo, come le inchieste della Procura di Firenze nel 2010 avevano già documentato. Sfruttava l’inganno, il “baco” della Legge Obiettivo sulle Grandi Opere del 2001.

Quello per il quale il controllore (il direttore dei lavori) veniva scelto dal controllato (le aziende costruttrici). Giampiero de Michelis, ingegnere e direttore tecnico, ha potuto giocare così su due tavoli: su quello dei committenti dell’opera. Entrambi i tavoli, naturalmenete, erano truccati. De Michelis, il “mostro”, aveva anche un socio occulto, Domenico Gallo. Gallo guadagnava. De Michelis guadagnava.

I CERTIFICATI TAROCCATI

Il “mostro” era anche lo strumento con cui i mega consorzi di imprese truffavano lo Stato fingendo di non essere in ritardo. I due amministratori di Salini-Impregilo, Ettore Pagani e Michele Longo, ad esempio, promettono a De Michelis un pezzetto del business da 750 milioni dello stadio del Qatar a patto che lui sostituisca il Sal (stato di avanzamento lavori) di aprile 2015 con uno a loro più favorevole.

De Michelis obbedisce, i finanziamenti per 607 milioni di euro vengono sbloccati, tra l’altro riuscendo a far lievitare le spese del Sal di aprile da 18 a 61 milioni di euro stracciando documenti e fabbricandone di falsi. Stessa cosa per Pisa Movers, il general contractor cui fa parte anche Condotte: De Michelis tarocca i Sal inserendo opere che non erano nemmeno state ultimate.

GLI EREDI ILLUSTRI

Le regole truccate erano note a tutti e di noto c’era anche qualche cognome illustre. Quello di Giuseppe Lunardi, ad esempio. Figlio di Pietro, il potentissimo ex ministro delle Infrastrutture del governo Berlusconi. Con la sua Rocksoil Lunardi junior, indagato per corruzione, si era messo in linea con le aspettative del “mostro”, cui aveva promesso qualcosa della gara da 15 milioni bandita dalla Regione Friuli.

 I due si vedono, almeno in un’occasione. «Lunardi mi è sembrato interessato, dobbiamo cominciare a fare cose insieme», dirà poi De Michelis. E chi era il capo di De Michelis, l’amministratore della Sintel da cui il “mostro” proveniva? Giandomenico Monorchio, il figlio dell’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio. Monorchio jr è stato arrestato per alcuni contratti (uno da 288.000 euro, altri due da 40.000 e 20.000) che ha fatto assegnare alla Crono, società a lui riferibile.



Naturalmente anche De Michelis tiene famiglia: sua figlia Jennifer vuole lavorare nel mondo di papà. Le trovano un posticino nell’azienda Oikomodos per il quale si chiede un’ingegnere. «Non voglio fare incazzare nessuno — si lamenta un’imprenditore, tale Marchetti, con Enrico Pagani — ma lei non ha i requisiti che voi richiedete, c’è scritto che deve essere laureata… non è manco geometra». La ragazza rimane al suo posto. Perché l’imprenditore «vuole finire i suoi 54 milioni di lavori e portare a casa la pagnotta».

 L’ORTICELLO DELL’AZIENDA

Il lessico familiare della corruzione, naturalmente, si arricchisce di nuove metafore. «Hai portato la mozzarella? », dicono tra loro. Il 16 dicembre 2014 l’imprenditore Antonio Giugliano incontra l’allora presidente del Cociv Pier Paolo Marcheselli. Prende una busta dalla tasca. «Ingegnè…. grazie mille… la paghetta….». Secondo i finanzieri di Genova, era una mazzetta. Poco prima, lo stesso Giugliano aveva consegnato un’altra busta a Maurizio Dionisi, responsabile appalti Cociv.

Era questa la flora e la fauna dell’”orticello” coltivato dalla combriccola. «Le aziende hanno un’orticello loro, però in joint venture con l’ingegnere (De Michelis, ndr)… se l’ingegnere fa alla lettera il suo lavoro, è meglio che rinunciano, che si buttano a mare», ricorda a tutti Domenico Gallo. L’”amalgama” funzionava così, è teoria criminale applicata agli appalti pubblici. Primo comandamento: non fare guerre. Gli amici devono essere tutti contenti. «Perché se ognuno tira e l’altro storce, non si va mai avanti».

L’AUTOSTRADA NON COLLAUDABILE

C’è un momento in cui De Michelis, però, storce. «Sembra un Marlin che sbatte la coda», dicono. Monorchio jr lo vuole tagliare fuori. «Sappi che da domani sei deposto da tutti quanti i ruoli che hai». È il 17 dicembre scorso. Lui ne parla con la moglie Perla, la quale conviene che è venuto il momento di battere il pugno sul tavolo. Ma non per fare giustizia. Per farla fare sotto ai compari della combriccola. Ha un dossier sull’Anas che riguarda i cantieri dell’A3 affidati alla Impregilo di Ettore Pagani.

 Minaccia di farlo vedere al “maresciallo” della Finanza che indaga sui grandi appalti a Firenze nell’inchiesta “Sistema”. «Io le so tutte, e tenete conto di un’altra cosa allora che qua caschiamo, e tutta la Salerno-Reggio Calabria, dell’opera non collaudabile, dell’arbitrato… Ho le relazioni, di quando dovevate chiudere a 40 milioni. Ora qua o fate le persone per bene, completiamo il ciclo e poi mi mandate a fare in culo… perché così vi siete messi tutti d’accordo per mettermi in mezzo a una strada? Io mi difendo ». E infatti, è rimasto al suo posto fino al giorno dell’arresto.

3.“MA LE BRASILIANE NON LE VOGLIO, MEGLIO LE BIANCHE”

Giuseppe Filetto e Stefano Origone per la Repubblica

Il “mozzarellaro” arrivava da Afragola e negli uffici del Cociv di via Renata Bianchi, a Genova, ma non portava soltanto mozzarelle di bufala. Antonio Giugliano consegnava buste bianche, gonfie come mozzarelle, ma piene di banconote. E muto come un pesce per non farsi captare dalle intercettazioni ambientali, con le dita delle mani aperte indicava “dieci”. Diecimila euro.

Una tranche che secondo le indagini del Nucleo di Polizia Tributaria avrebbe tappato le bocche di Pietro Paolo Marcheselli e Maurizio Dionisi, dirigenti di Cociv. Il consorzio, general contractor del Terzo Valico per conto di Rfi, in cambio affidava appalti a Giugliano, titolare della “Giugliano Costruzione Metalliche”.

Che con ribasso di 35 euro rispetto al concorrente, si aggiudicava l’appalto di 2 milioni e 500mila euro per la fornitura relativa alle gallerie di Cravasco e l’innesto del Polcevera. «Missione compiuta… secondo le indicazioni ricevute!», esclamava Piersandro Tagliabue, membro del comitato tecnico del consorzio.



Gli appalti finivano agli “amici”. Non solo distribuendo mozzarelle e mazzette. Anche offrendo escort brasiliane, notti sfrenate in un albergo del capoluogo ligure. Gallerie e pasticche di Viagra, regali e gare truccate. Le intercettazioni dell’inchiesta dei pm Francesco Cardona Albini e Paola Calleri (coordinata dall’aggiunto Vincenzo Calia) regalano passaggi a luci rosse. Come quando l’imprenditore di “Europea 92”, Marciano Ricci, per cercare di assicurarsi l’appalto per la galleria Vecchie Fornaci (affidamento che poi non si materializza), paga a Giulio Frulloni, coordinatore costruzioni del Cociv, una prostituta.

Organizza dopocena hot, e per cercare di convincerlo, gli dice che non sarà solo, che è stato invitato anche Ettore Pagani, il vice presidente del consorzio. È tutto pronto, Denise e Morena sono già state contattate e disponibili a farsi trovare all’interno della suite. Lui deve solo aprire la porta. «Senti, ho due amiche brasiliane nere. Ti piacciono nere?». Frulloni ride, risponde con titubanza: «No… mi fanno schifo… ». Anche se Ricci ha subito una soluzione di riserva. «…O bianche, bianche!».

Notti euforiche. Frulloni parla con un altro imprenditore, genovese, che è nel giro delle grandi opere. «Pronto dove sei? Io sono con Ricci: andiamo a figa!». «Beati voi, c’è qualcosa per me?». E Ricci: «I soldi ce li spendiamo in mignotte». E l’altro: «Le pasticche ce l’hai?».

Vitalizio? Per i parassiti è un "risarcimento". Ecco l'ultima vergognosa scoperta


LINK SPONSORIZZATO

“Il vitalizio è un risarcimento”.
Così alcuni politici giustificano il fatto di beccarsi ogni mese migliaia di euro alla faccia dei 5 milioni di poveri italiani.


Il giornalista e scrittore Mario Giordano durante la sua ultima diretta su Facebook ha fatto nomi e cognomi di chi vede la pensione d’oro come un risarcimento:
“Come volevasi dimostrare…
Buongiorno a tutti, siamo di nuovo qua!
I vitalizi, trappola al Senato ecco qua la notizia della settimana, il signor Ugo Sposetti, tesoriere del PD vuole bloccare la legge, quella legge di cui abbiamo parlato, la legge proposta dal PD, votata… Forse fa un piccolo, un piccolo, piccolo passo avanti, un piccolo passo avanti, perché si mette un discussione i vitalizi, lo sapete no?!
La legge Richetti che mette in discussione… bene! Ci siamo, ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo portata alla Camera ma come previsto, come previsto la vogliono bloccare al Senato.
Ugo Sposetti l’ha detto esplicitamente, raccolgo le firme, adesso il capogruppo Zanda che cosa dice? Dice: no, no, no, noi non la bloccheremo. La modificheremo.
Se la modifichi significa, già che siamo alla fine della legislatura, modificarla significa cassarla.
Quindi se sentite parlare: la modificheremo, significa bocciarla. Quindi quella legge non è… quindi bisogna urlare, bisogna urlare, anche perché per un minimo, voglio dire, anche per un minimo, ci prendete per i fondelli.. ci state prendendo per i fondelli?
Ugo Sposetti disse in una famosa intervista che i vitalizi sono un diritto alla sopravvivenza.
Leggete bene le mie labbra: un diritto alla sopravvivenza; il vitalizio.
Ugo Sposetti non prende il vitalizio perché è ancora parlamentare, prende però il vitalizio sua moglie.
Sua moglie prende 4066 euro di vitalizio, la moglie, per 15 anni in parlamento. La sopravvivenza, la sopravvivenza.
Quelle che dicono: ‘Il vitalizio è un risarcimento’
Lui parlamentare, la moglie per 15 anni. Ma poi ditemi voi. Il risarcimento. Il vitalizio è un risarcimento. Maura Cossutta dice: ‘Il vitalizio è un risarcimento. Maura Cossutta prende 2852 euro netti da quando aveva 55 anni. Qual’è il risarcimento per aver fatto qualche anno in parlamento, perché lei oltre allo stipendio deve incassare 2852 euro netti.
Che risarcimento è? Che sopravvivenza è? Peraltro appena uscita ha avuto un votato di consulenza dal ministero, a dire i danni che provoca fare il parlamentare, i danni che provoca…
Un’altra che ha parlato di vitalizio come risarcimento è Alessandra Guerra, vi ricordate? Presidente del Friuli Venezia Giulia, Lega Nord, poi uscita da Lega Nord, passata al PD… Ebbene lei da quando ha 50 anni, cioè dal 2013, quindi 4 anni, lei incassa 4388. 4388 euro!
Alessandra Guerra! Sono 3820 netti, da quando ha 50 anni! Perché ha lavorato, lavorato… in Consiglio Regionale 15 anni. Quindi 15 anni in Consiglio Regionale, a 50 anni, incassa 4388 euro al mese, e dice che quello è un risarcimento. RISARCIMENTO. RI-SAR-CI-MEN-TO.
Io sono senza parole delle reazioni, cioè… ve ne dico un’altra.
Domenico Cersosimo, professore universitario della Calabria, Domenico Cersosimo; lui per aver fatto 848 giorni l’assessore, dall’età di 58 anni prende 3600 euro di vitalizio, poi lui fa il professore universitario.
Ha fatto 800 giorni da assessore eppure prende il vitalizio. Ma uno dice: ma le sembra giusto? Ma perché? Ma che senso ha? E lui si infuria. Si è infuriato il giorno che… dice che pubblicare questi dati, dare queste informazioni, quello che sto facendo io rovina il Paese. Cioè il Paese non lo rovina chi prende 58 anni 3600 euro al mese, lo rovino io, magari Paola, Cinzia, Voi che mi state ascoltando adesso, Voi state rovinando il paese perché vi state incazzando!
Quello è un risarcimento, invece Voi siete la rovina del paese!
A questo punto a proposito di reazioni ai vitalizi, quando Taormina dice, l’avvocato Taormina dice: il vitalizio non so neanche quanto prendo e comunque quello che incasso lo uso per dar da mangiare il mio cane, mi fa incazzare! Ma almeno è onesto!
Parlare di sopravvivenza come fa Sposetti è prendere per i fondelli chi il problema della sopravvivenza ce l’ha davvero e non è tollerabile. NON è TOLLERABILE.
Io vi chiedo, io lo so che è Agosto, vi chiedo di URLARE. Pensate al cane di Taormina, anche un po’ di abbaiare. Il risarcimento, io credo che dobbiamo avere il risarcimento di tutti i mal di fegato che ci stanno facendo venire.
Questa legge, almeno questa legge, che ripeto è poco, poco, poco, è il minimo sindacale, deve passare e chi si oppone a far passare questa legge è da segnare, perché non è possibile, è un insulto.

Guarda il video pubblicato da Giordano su Facebook: “Vogliono bloccare tutto perché dicono che il
Vitalizio è un risarcimento…. urlate più forte”


Denunciata Laura Boldrini: ‘Attentato alla carta’


LINK SPONSORIZZATO

Leggiamo su Affaritaliani.it:
“Un post su twitter, in cui si invita il popolo a cedere simbolicamente le quote di quella sovranità tanto cara agli italiani e punto cardine dell’ articolo 1 della nostra Costituzione, è costato una denuncia a Laura Boldrini. A presentare un dettagliato esposto in Procura a Cassino, in provincia di Frosinone, è stato Niki Dragonetti, coordinatore provinciale dei Popolari per l’ Italia, scrive Il Tempo.


In un dossier di dodici pagine l’ imprenditore ciociaro evidenzia come nel messaggio postato sulla propria pagina Twitter la signora Boldrini offende gli italiani accusandoli di razzismo. Le parole vergate dalla Lady così recitano: «Europa, resistenza a cedere quote sovranità. Ma traguardo va raggiunto o prevarranno disgregazione e populismo». Frasi che, come viene spiegato nella de nuncia, costituiscono il reato di «istigazione a delinquere». In pratica, prosegue Dragonetti nell’ esposto, si chiede agli italiani di compiere un atto contrario alla Costituzione che riserva la sovranità al popolo italiano e non ad organi sovranazionali.
«La cessione di sovranità dell’ Italia in favore dell’ Europa rappresenta in discutibilmente- si legge ancora nella denuncia – la fine dell’ Italia quale nazione libera ed indipendente, ciò è esattamente quello che accadrebbe in caso di occupazione militare del paese».
Niki Dragonetti, proseguendo nell’ esposizione dei fatti, puntualizza che «laddove la cessione della sovranità avviene oltre i limiti del dettato Costituzionale, anche se in assenza di violenza, ricorre la piena punibilità dell’ ex articolo 243 delco dice penale: atto ostile. Anche se si ritenesse che la cancellazione dell’ Italia come Stato possa essere atto compiuto nell’ interesse del popolo italiano stesso ciò non toglierebbe la qualifica di atto ostile ad un trattato che imponga suddetta incostituzionale cancellazione».
Un vero e proprio dossier giuridico, continua Il Tempo, quello che ora dovranno esaminare i magistrati cassinati coordinati dal procuratore capo Luciano d’ Emmanuele. Una denuncia-provocazione che Dragonetti conclude con la richiesta di condanna penale del presidente Boldrini e sottolineando che «ai sensi dell’ articolo 52 della Costituzione italiana la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino e dunque la lotta contro la cessione della sovranità nazionale, la nostra sovranità, rientra pienamente tra tali doveri».”

Paragone contro Renzi: "Ecco cosa vuole fare con i truffati del Salva Banche"


LINK SPONSORIZZATO

È bastato l’urlo disperato di una anziana truffata dalle banche per scatenare l’ira del pinocchio fiorentino.
“I soldi ai risparmiatori, ci avete rubato i soldi,” ha detto la donna.


La risposta di Renzi è stata fra le peggiori: ““Avete rubato lo dice a sua sorella,” ha replicato l’ex premier.
Gianluigi Paragone ha commentato questa tristissima vicenda in un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, che riportiamo di seguito:
“Avete fatto la foto, adesso siete contenti”. In queste parole c’è Matteo Renzi: arrogante, superficiale, timoroso e politicamente nano.
Con quelle parole l’ex presidente del Consiglio e capo del Partito democratico ha congedato una anziana cittadina italiana che si era permessa di urlargli in faccia la sua personale rabbia. La rabbia di chi si sente tradito da lui, dal suo governo, dalla sua maggioranza e dalla politica. “Avete rubato, lo dice a sua sorella“, ringhia Renzi, un tempo maestro di queste iperboli di rottamazione.
Quella signora io la conosco, si chiama Giovanna Mazzoni: ve ne avevo parlato in un post di luglio quando elogiavo il coraggio delle donne. Con lei c’erano Milena Zaggia e altri risparmiatori ferraresi riuniti da tempo sotto le insegne di No Salvabanche. Li conosco perché con loro e altri cittadini fregati a norma di legge dal sistema GangBank abbiamo animato e animiamo ancora delle iniziative che tengano accesi i riflettori su questa truffa e questa profonda ingiustizia.
Sono cittadini sottratti dal dettato costituzionale. Sono cittadini cui stanno togliendo la dignità e la salute. Colpevoli di aver creduto a un sistema bancario il cui marciume (marcio perché non sano, elementare Watson) è sotto gli occhi di tutti. Cittadini colpevoli di credere ancora in uno stato di diritto. Contro di loro, però, c’è il sistema, il Potere. C’è Matteo Renzi, il quale pensa di potersi scrollare di dosso le responsabilità politiche di un salvabanche che è una specie di “tana libera tutti”.
“Avete rubato lo dice a sua sorella”, è la frase di un politico disperato, che balbetta di fronte a un cittadino che di fronte a lui è un gigante. A Ferrara Giovanna Mazzoni è la signora del campanello, il campanello che tiene svegli i ferraresi dormienti e magari complici (a proposito, il ferrarese Franceschini perché non parla di questo argomento? Perché teme il comitato di risparmiatori?); è la signora della bandiera agitata in faccia ai responsabili. Il nome di Giovanna, come quello di Milena, di Luca, di Cleonice, di Franco e di tanti altri è nei dossier della digos: schedati come fossero dei pericolosi delinquenti. Eccola la democrazia secondo il Palazzo. Ecco come si sradica quel consenso riconosciuto dalla Costituzione. Ecco la democrazia che deve schedare, prendere nomi, deve allontanare. “Avete fatto la foto, adesso siete contenti”, taglia corto il politico dei selfie. Sottinteso: ora levatevi di torno, rompiballe!
Quello che è successo a Bologna è un’altra pessima pagina dello stato di salute della democrazia secondo il Potere. Quelle persone sono state schedate. Avevano chiesto un incontro: niente. Nessuno si è fatto vivo nonostante vi fossero il sindaco di Bologna Merola e il segretario emiliano Calvano. Nessuno scambio. Di contro, nemmeno chi – come Il Fatto – ha tentato di parlare con Giovanna lo ha potuto fare perché allontanato.
In giro per l’Italia ci sono risparmiatori che aspettano risposte, verità e un risarcimento per la truffa di cui sono stati vittime. Vittime, già, perché alla fesseria di furbi speculatori non ci crede nessuno. Colpevolizzare la vittima è la prima contromossa di chi racconta balle. Spaventarli con le carte bollate è la seconda.”

AIUTATECI A FERMARLI!: BOMBARDATE DI CONDIVISIONI QUESTO POST PER FARLO SAPERE A TUTTA ITALIA

Accordo Ceta, Beghin (M5S): ‘È l’ultima truffa del governo Gentiloni

LINK SPONSORIZZATO


L’Accordo Ceta è l’ultima truffa del governo Gentiloni.
Non usa mezzi termini l’europarlamentare del M5S Tiziana Beghin, la quale ha pubblicato un video sulla propria pagina Facebook in cui denuncia che “mentre i media di regime concentrano le proprie attenzioni sulla nuova legge elettorale, il Governo Gentiloni è pronto ad assestare nel MASSIMO RISERBO la sua ultima truffa ai cittadini: il CETA!”
Non possiamo permettere, conclude l’eurodeputata, “al Governo di distruggere il nostro futuro!”.

Guarda il video:




Cos’è il Ceta, l’accordo che uccide il Made in Italy

Il Movimento 5 Stelle ha denunciato tramite il Blog di Beppe Grillo che l’accordo Ceta è un rischio per il Made in Italy e la (già limitata, sovranità nazionale.
Riportiamo di seguito il post dei pentastellati:
“Il primo ministro canadese, Trudeau, qualche giorno fa è venuto alla Camera dei deputati. A riceverlo in pompa magna prima la presidente della Camera, Boldrini, e poi il presidente del Consiglio Gentiloni, che, in conferenza stampa con il premier canadese accanto, ha svelato la vera mission delle vacanze romane di Trudeau: sponsorizzare il Ceta, l’accordo commerciale di libero scambio tra Canada ed Unione Europea che asfalta Made in Italy e sovranità nazionale.
Un trattato simile al Ttip (quello tra Usa e Ue), che in un certo senso lo sostituisce visto che molte multinazionali statunitensi hanno una sede anche in Canada, e che, solo per citare alcuni rischi, svenderà i servizi pubblici italiani, renderà irreversibili le privatizzazioni (dagli ospedali alla gestione dell’acqua), sdoganerà in Europa gli Ogm, di cui il Canada è il terzo produttore mondiale, e circa 130mila tonnellate di carne canadese trattata con ormoni.
E il Governo davanti al primo ministro canadese Trudeau, sponsor principale del Ceta, cosa fa? Lo accoglie a braccia aperte. Prima la Boldrini con i suoi panegirici, elogiandolo a tutto tondo in quanto ‘femminista’, promotore di una ‘visione multiculturale’ e della ‘lotta ai cambiamenti climatici’ in casa propria, ma del tutto favorevole alle porcate che è venuto a piazzare in Italia e nel resto d’Europa.
Pochi minuti dopo è la volta di Gentiloni, che, ospitando in conferenza stampa Trudeau al proprio fianco, ha dichiarato pubblicamente che spera che il Parlamento italiano dia al più presto il via libera alla ratifica del Ceta, che l’ultimo Consiglio dei Ministri ha predisposto in tutta fretta con un disegno di legge. Un’indicazione di voto vergognosa.
Cosa faranno adesso il Pd e le altre forze politiche alla prova del voto in Aula? Risponderanno, come Gentiloni e Boldrini, al diktat delle multinazionali pro Ceta, votando a favore della ratifica, o avranno il coraggio, come il MoVimento 5 stelle, di restare fedeli ai cittadini e votare contro il Ceta per rispedirlo al mittente? Un promemoria importante per le prossime elezioni politiche in cui i cittadini italiani dovranno scegliere tra un Governo 5 stelle, che difende i loro interessi, e l’ennesimo Governo, figlio della partitocrazia, supino invece alle istanze delle multinazionali e degli altri Governi che, come il Canada in questo caso, se ne fanno portavoce”.

domenica 3 settembre 2017

BOMBA PAOLA TAVERNA SUI MEDIA: "BUZZI STA CANTANDO, PERCHE' NON NE PARLATE?"


LINK SPONSORIZZATO

"Nessuno parla più di mafia capitale proprio adesso che Buzzi canta. Soldi per le campagna elettorali dei partiti. Cene tra mafia e politica. Mancette e tangenti in cambio di appalti truccati e delibere a favore di chi pagava. Questa era la politica a Roma. Buzzi canta e i giornali muti". Lo scrive la senatrice Paola Taverna in un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo.






IL SILENZIO ASSORDANTE DEI GIORNALISTI “A LIBRO PAGA” SUL SINDACO PD DI TERNI ACCUSATO DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE


LINK SPONSORIZZATO

di M5S Terni

Mentre tutta l’informazione si accanisce sugli starnuti della Raggi, nessuno si è accorto che, ad appena 100 km da Roma, il sindaco di una delle più grandi città del centro Italia è accusato dalla Procura per ipotesi di reato gravissime: associazione a delinquere, turbativa d’asta e falso ideologico. Un silenzio assordante per un solo motivo: il sindaco di Terni è del Partito Democratico.


Le indagini avviate dalla Procura di Terni dopo svariati mesi di intercettazioni telefoniche ed ambientali, coinvolgono altre 17 persone fra cui il sindaco, sen. Leopoldo Di Girolamo, l’assessore al Bilancio e l’assessore ai Lavori pubblici, nonché diversi tra dirigenti e funzionari del Comune.

Nella lente d’ingrandimento della Magistratura ci sono numerosi appalti: dal verde pubblico, alle mense scolastiche, dai servizi cimiteriali alla pubblica illuminazione. L’accusa è quella di aver pilotato le procedure per favorire alcune aziende “amiche”, talora anche finanziatrici della campagna elettorale del sindaco e della presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini.

“Io sono un grande ottimizzatore. Tu pensa, siccome io nelle ultime elezioni finanziai il sindaco con 3 mila euro, lui me ne porta 15 milioni de lavoro… Lui me porta 15 milioni de lavoro, cioè, nessuno è riuscito a far rendere tremila euro come me”. Questi sono alcuni brevi stralci di intercettazioni riferite a locali imprenditori e pubblicate da Il Fatto Quotidiano.

Un sistema, quello ternano, quello umbro, che rappresenta forse un piccolo laboratorio di idee per il PD nazionale: gestire la Cosa Pubblica come “cosa loro” attraverso una fitta rete politico-affaristica in cui le aziende del partito rappresentano il prolungamento naturale dello Stato. Metodo scientifico di assegnazione degli appalti che ha desertificato l’economia, annichilendo ogni stimolo alla libera impresa.

Intanto, mentre l’Ente locale affonda, alcuni degli indagati ieri hanno pure votato la manovra di predissesto in Consiglio comunale.
Un dissesto occultato dal 2013, affinché il Partito Democratico rimanesse a galla, nascondendo i debiti.

Grazie al nostro lavoro, abbiamo potuto appurare bilanci comunali falsi da almeno 3 anni, con il marchio di garanzia di chi doveva controllare.
Oggi però esplode la montagna di 71 milioni di euro di debiti, creata smantellando i servizi pubblici, svendendo le partecipate e il patrimonio con tasse stellari per cittadini e imprese. Terni, la città delle uova alla diossina e del cromo esavalente nell’aria, tutto soffocato dal negazionismo ambientale. Una città sommersa dai rifiuti con due inceneritori, dove fioriscono discariche abusive al limite del rischio sanitario: vedere per credere.

Un sistema che oggi viene spezzato anche grazie all’impegno portato avanti dai consiglieri comunali ternani del M5S, nell’ostracismo costante di una classe dirigente al tramonto. Un ostracismo che ha avuto come apice il blitz messo in atto da alcuni indagati che hanno interrotto una nostra conferenza stampa volta a chiedere soltanto spiegazioni su milioni di affidamenti diretti senza gara. In quella occasione, come in altre, sollecitammo il sindaco a esibire il certificato di iscrizione nel registro delle notizie di reato: non lo ha mai mostrato. Ora l’epilogo: egli è ufficialmente indagato per gravissimi reati contro la P.A.

La banda del predissesto costruisce vicoli ciechi per i cittadini, mentre lascia autostrade per gli imprenditori con la tessera di partito in tasca.

COSI’ 20 ANNI FA TURCO E NAPOLITANO PIANIFICARONO L’INVASIONE DEI CLANDESTINI


LINK SPONSORIZZATO

La legge Turco-Napolitano sui centri di permanenza è del 1998. Ed era pronto anche il voto agli stranieri

La madre dell’invasione che stiamo subendo ha un nome: sinistra. Le porte spalancate indiscriminatamente, il caos dei centri di identificazione e lo scandalo dell’accoglienza non sono accaduti per caso.


La sinistra ha la memoria corta e non impara dai propri errori. Per questo non deve stupire che il governo Gentiloni voglia affrontare il presente con le ricette fallimentari del passato. Ricette che i democratici stessi hanno inventato in nome di quell’osannato multiculturalismo che oggi persiste insieme alla nuova parola del rigore.

«I Cie non avranno nulla a che fare con il passato», ha annunciato il ministro dell’interno Marco Minniti, quasi a voler tracciare un solco. Ma è una soluzione già vista, il cui fallimento è stato dimostrato dalle cronache quotidiane e i cui inventori hanno il nome di Livia Turco e Giorgio Napolitano, rispettivamente ministro per la Solidarietà sociale e titolare del Viminale durante il primo governo Prodi. Facciamo un passo indietro. È infatti intestata a loro la legge 40 del 1998 che istituiva, tra le altre cose, i Centri di permanenza temporanea, i Cie di oggi, in cui venivano identificati e «reclusi» i clandestini in attesa di essere espulsi. Erano i tempi in cui all’ondata migratoria degli albanesi si aggiungeva quella del centro e del nord Africa.

Per la sinistra di allora le nuove norme avrebbero rappresentato un toccasana per la gestione dei flussi e per la sicurezza. E per questo vennero sponsorizzate in pompa magna. Un mese prima l’approvazione della legge, la Turco dichiarava: «Non siamo di fronte a una massa di clandestini, è stata fatta una netta distinzione tra clandestini (fantasiose le cifre sulla loro presenza) e gli irregolari, quindi non ci saranno esodi».

E, non contenta, spiegava già quale sarebbe stato il passo successivo, cioè il voto agli extracomunitari: «Dobbiamo togliere dall’immaginario collettivo lo stereotipo del clandestino che non rispetta le regole per introdurre l’immagine dell’immigrato inserito, con la sua soggettività politica, anche perché per vincere la battaglia sul diritto di voto bisogna creare le premesse culturali».

L’allora ministro Napolitano le dava manforte scagliandosi contro quelli che oggi verrebbero definiti populisti e spiegando che «l’Italia è impegnata a costruire politiche comuni europee per immigrazione e asilo su basi di solidarietà e sicurezza».

È lo stesso Napolitano che nel febbraio 1998 dichiarava nero su bianco: «Le imprese del Nord hanno bisogno degli extracomunitari». Pensiero ribadito due mesi dopo da Luciano Violante che lanciò l’operazione «porte aperte agli extracomunitari» in Lombardia perché «secondo la ragioneria dello Stato occorrerebbero dai 50mila ai 150mila immigrati in più per mantenere invariato nel nostro Paese il Pil». Il sempre attuale paradigma secondo cui saranno gli immigrati a pagarci le pensioni.

La legge fu approvata dopo un percorso di gestazione di quasi un anno, tra molte polemiche, specialmente delle opposizioni che paventavano il rischio di un’invasione. Cassandre inascoltate. E già pochi mesi dopo sorsero problemi di attuazione del testo e i famigerati Cie erano ancora fantasmi in costruzione. Senza considerare poi quei circa 200mila stranieri che, dopo essere entrati in Italia grazie alla precedente sanatoria Dini, rimasero nel limbo. Insomma, quel pugno duro annunciato non si è mai visto né sentito. Anzi, i Cie e quella legge adesso sembrano l’inizio del caos. L’ennesima dimostrazione di una politica ipocrita e soprattutto miope. Se a ciò si aggiungono le inchieste giudiziarie che hanno certificato sperperi pubblici e un vero e proprio business ad opera delle coop che gestiscono l’accoglienza, ecco che la storia oltre a ripetersi sembra passare da tragedia in farsa. Soprattutto oggi, che sebbene i Cie in funzione siano solo cinque con una capienza molto ridotta rispetto a quella prevista, un altro governo di sinistra vuole riportarli in auge. L’invasione continua.

L’ULTIMA VERGOGNA? I MILIONI DEGLI ITALIANI PER I TERREMOTATI: INDOVINATE A QUALE BANCA SONO FINITI!


LINK SPONSORIZZATO

Quando il 22 dicembre scorso l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, Marco Morelli, ha comunicato che era fallito l’aumento di capitale proposto al mercato dalla sua banca, in pochissime ore il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha convocato il consiglio dei ministri e ha fatto approvare il decreto da 20 miliardi di euro con cui è stata salvata la banca senese. Un fulmine. E non è stato il primo quando qualche istituto di credito ha lanciato il suo allarme.


Da una settimana decine di sindaci delle zone del terremoto avevano lanciato un allarme alle autorità prima guardando le previsioni del tempo, poi sentendo il freddo che mordeva e vedendo la neve che cadeva. Si è sgolato più volte anche Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, che in condizioni drammatiche dal 24 agosto è lì a battersi come un leone per i suoi cittadini martoriati. Non è accaduto nulla. Tutti sordi, e quel che è accaduto lo vediamo in queste tragiche ore.

Per salvare Mps Gentiloni ha fatto una corsa da Usain Bolt. Per salvare dalla neve chi aveva già subito il dramma di questi mesi, nessuno si è mosso dalla sedia fino a quando la situazione non è precipitata. L’unica consolazione viene da un aspetto grottesco: salvando quei conti correnti, si è salvato anche qualcosina per i terremotati. Perché fra i tanti istituti possibili per raccogliere le generose donazioni degli italiani, la Protezione civile ha scelto proprio Mps. Su un conto corrente c’erano più di 8 milioni di bonifici. Se la banca senese fosse andata in bail in, si sarebbero persi tutti, così come sarebbero stati persi i fondi raccolti sempre presso Mps da Confindustria o dalla Regione Toscana e Anci Toscana. C’è stato il rischio grosso quindi di perdere i fondi delle donazioni degli italiani ai poveri terremotati. Per altro quei fondi devono ancora essere utilizzati, e sono congelati.

Di fronte a una obiettiva assenza dello Stato in un momento in cui c’erano bisogni drammatici, Gentiloni si è offeso per le polemiche politiche sulla evidente disorganizzazione e impreparazione dei soccorsi, chiedendo sobrietà ai partiti e soprattutto agli avversari politici. Eppure i fatti plasticamente sono quelli, ed è ipocrita nascondersi dietro la generosità e l’incredibile impegno dei volontari che troppo spesso in questi mesi ha nascosto l’inefficienza e la lentezza della macchina pubblica.
Se c’è qualcuno che ha peccato di sobrietà, è stato proprio l’esecutivo. Ha promesso quello che sapeva benissimo di non potere mantenere. Ha annunciato la consegna di soluzioni abitative, dicendo che ormai Amatrice aveva le sue casette quando laggiù c’erano quattro assi ancora da montare e solo per il 10% di quel che sarebbe servito. Ha annunciato la consegna dei container per mettere al riparo gli allevamenti in tempo prima che li distruggesse il rigore dell’inverno, e nei tre mesi successivi ne ha consegnati 2 sui 300 promessi. Chi doveva decidere in fretta, sapendo quel che sarebbe accaduto, non l’ha fatto. Il capo della protezione civile, Fabrizio Curcio, e il commissario per la ricostruzione, Vasco Errani, hanno fatto molti incontri, emanato decine di ordinanze e altrettante circolari, spesso contraddicendo dopo pochi giorni le regole appena scelte e impedendo a chi era anche da volontario sul territorio di fare il proprio lavoro avendo qualche certezza con cui muoversi ed operare.

Non sono opinioni politiche, queste. Il 17 gennaio i presidenti di tutti gli ordini professionali delle Marche e di tutte le province hanno firmato un comunicato stampa-appello ad Errani che ha toni drammatici e forse più di ogni altra cosa testimonia la confusione che è regnata sovrana. Il comunicato-appello iniziava così: “I tre Ordini e Collegi Professionali Tecnici delle Marche impegnati dopo il Sisma del 2016 da oltre quattro mesi nelle attività di supporto e di sostegno alle popolazioni colpite dai tragici eventi, chiedono un incontro urgente con il Commissario Governativo Vasco Errani. Il fine è quello di analizzare congiuntamente le criticità rilevate in queste prime attività di ricostruzione che coincidono, sostanzialmente, con le operazioni di rilievo delle agibilità e della valutazione del danno”.

Poi spiegava il motivo di quell’incontro: “I sottoscritti Presidenti portano a conoscenza il Commissario e le popolazioni interessate che le mutate condizioni intervenute con le recenti Ordinanze, hanno generato notevole confusione sulla tempistica, sui modi e sui contenuti della ricostruzione stessa, il tutto in una situazione già grave dove sussiste ancora la necessità di procedere ai rilievi di agibilità. Questa situazione non è più sostenibile! Non si può, infatti, contemporaneamente ricostruire e, nel frattempo, rilevare il danno (…) In tempo di emergenza, questa continua emanazione di norme ha generato nella popolazione e nei tecnici stessi confusione ed incertezza, tant’è che al momento, i professionisti non stanno presentando alcun progetto, neanche per la ricostruzione leggera”. I 6 mila tecnici marchigiani che hanno fin qui fatto i rilievo si rifiutano di proseguire il loro lavoro in queste condizioni. E la responsabilità di chi è?

Organizzazioni di volontariato presenti nella zona del sisma, hanno comunicato fin dalla fine del mese di ottobre alle autorità di avere a disposizione container utilizzabili sia per persone che per animali e di volerle mettere a disposizione dei terremotati. E’ stato risposto a loro “no, grazie”. Ci avrebbe pensato il governo, che voleva usare la via maestra della gara pubblica per le forniture, con tutti gli imprimatur degli organismi di vigilanza (Anac in testa) per non rischiare. Il risultato è che quel che poteva dare riparo prima dell’arrivo dell’inverno, non è stato dato. Il governo non ha consegnato i container-stalle, e gli allevatori stanno perdendo le loro bestie ogni giorno.

Mentre i sindaci di queste martoriate zone hanno bisogno di lavorare su una emergenza continua e non di perdere il tempo in mille riunioni, correndo dietro alla burocrazia, da quegli incontri spesso inutili emerge una sola cosa: il terrore che hanno sia Curcio che Errani e i loro uomini di ricevere un avviso di garanzia per avere deciso in fretta una cosa piuttosto che un’altra. Sono preoccupati per se stessi assai più che per la gente che vive dramma ed emergenza. Vogliono mille bollini di legalità preventiva su ogni cosa che fanno, assediano Raffaele Cantone per avere ok che spesso non è nemmeno in grado di dare. Rivolgendosi ad ogni tipo di autorità in cerca di assoluzioni preventive che nessuno può dare, ricevono suggerimenti spesso contrastanti con le poche decisioni prese. E accade quello che ha scatenato la rabbia dei professionisti marchigiani.

ELEZIONI? IL VECCHIO TRADITORE PARALITICO PRETENDE DI DECIDERE ANCORA! ECCO COSA SI E’ PERMESSO DI DIRE IL TRADITORE DEGLI ITALIANI


LINK SPONSORIZZATO

Il M5S accelera sulla legge elettorale per andare al voto. Ma Re Giorgio frena: “In Italia c’è un abuso delle elezioni anticipate”. E avverte: “Per togliere fiducia deve accadere qualcosa…”

Giorgio Napolitano farebbe di tutto pur di non far votare gli italiani.


“Nei paesi civili si va alle elezioni a scadenza naturale e da noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate”, ha detto l’ex presidente della Repubblica conversando con i cronisti in Senato. “Bisognerebbe tornare a votare a scadenza naturale – ha aggiunto il senatore a vita – o se mancano le condizioni per continuare ad andare avanti”.

La Camera inizierà l’esame della legge elettorale il 27 febbraio, previa conclusione dei lavori in commissione Affari costituzionali. A stabilirlo, al termine di una seduta durata due ore, è stata la riunione dei capigruppo di Montecitorio che ha trovato l’asse di Movimento 5 Stelle, Pd, Lega e Fratelli D’Italia. Si è schierata, invece, contro Forza Italia. “Renzi – accusa il presidente dei deputati azzurri, Renato Brunetta – vuole le elezioni e sta forzando in tutti i modi, violentando ancora una volta il Parlamento”. Renzi dovrà, però, fare i conti con Napolitano che vorrebbe portare la legislatura fino al termine del mandato. Conversando con i giornalisti, l’ex capo dello Stato ha, infatti, detto che “in Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate“. Poi ha avvertito: “Per togliere la fiducia a un governo deve accadere qualcosa, non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno…”.

Tra i big dem è in corso un giro di incontri e di telefonate per delineare il percorso della legge elettorale e andare al voto a giugno. “Matteo Renzi ha sentito tra ieri e questa mattina, tra gli altri, Orlando e Franceschini – riferiscono fonti parlamentari piddì – la strada tracciata, con l’ok di ieri della conferenza dei capigruppo alla Camera, è quella di contingentare i tempi per modificare il sistema di voto e arrivare alle urne”. Si studia come estendere l’Italicum al Senato, i tecnici sono al lavoro sul nodo del premio di maggioranza ma le anime del Pd (al di fuori della minoranza) stanno convergendo, viene riferito, sulla posizione del segretario dem. Al Senato si dovrebbe anche riaprire la partita sulla presidenza della Commissione affari Costituzionali che potrebbe andare ad un renziano. Intanto cambia pelle anche il comitato “Basta un sì” che ha supportato la campagna del referendum. Ora si chiama “In cammino”. Un segnale che, come fanno notare fonti parlamentari dem, il percorso di Renzi verso il voto anticipato è già iniziato.

Prestiti garantiti, le banche tradiscono il Paese! Il m5s è pronto a dare battaglia

Solite banche. Con le imprese allo stremo a causa dell’emergenza coronavirus, che ha generato una pesantissima crisi economica e ha fatto fi...