venerdì 1 settembre 2017
Rolex in regalo e voti in cambio di formaggio: in questo modo gli uomini di Alfano prendono voti insieme al PD in sicilia
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Sicilia, il Fatto Quotidiano ha provato a fare un elenco dei “bravi ragazzi” che appartengono al partito di Alfano. E’ emerso un “elenco” da brividi: dai Rolex in cambio di un emendamento taglia Iva, a chi è stato riconosciuto colpevole di aver ottenuto lavori gratuiti nella sua villa in cambio di
finanziamenti pubblici. C’è chi non ha nessuna accusa ma in gioventù è finito addirittura immortalato in una fotografia con Matteo Messina Denaro e chi invece è diventato suo malgrado il simbolo del sistema che gestiva il centro per richiedenti asilo più grande d’Europa: il Cara di Mineo.
Robe che scandalizzerebbero chi vive nel terzo mondo, mentre in Sicilia, questo partito che nel resto d’Italia vale zero voti, arriva spesso a superare il 20%.
Gli uomini d’oro – Intanto tra Alternativa popolare e il Partito democratico è riscoppiata la pace. E dire che solo all’inizio dell’estate Matteo Renzi e il suo ex ministro dell’Interno non se le mandavano certo a dire. “Considero conclusa la nostra collaborazione con il Pd”, sentenziava Alfano quando dal Nazareno non sembravano intenzionati a cedere sulla soglia di sbarramento della nuova legge elettorale (peraltro nel frattempo mai nata). Problemi superati, evidentemente, visto che ormai l’accordo tra Renzi e l’ex delfino di Silvio Berlusconi per correre insieme alle regionali di Sicilia sembra cosa fatta. Ma chi sono gli uomini del numero uno della Farnesina? Che sembianze hanno gli Alfaniani di Sicilia, corteggiati in questi mesi dagli ex sodali di Forza Italia e alla fine concupiti dallo stato maggiore dem? E poi: cosa portano in dote di tanto prezioso, se il Pd pur di accaparrarsene il sostegno ha preferito lasciare ai margini gli ex compagni di Mdp e di Sinistra Italiana?
Castiglione, pistacchi e voti – Di sicuro si portano dietro una lista di indagini, inchieste e addirittura condanne non indifferente. Caratteristica che a onor del vero è molto diffusa nei ranghi di Ap. In Sicilia, però, gli Alfaniani sono titolari di una caratteristica molto rara dalle parti del ministro degli Esteri: i voti. Sissignore: mentre nel resto d’Italia il minuscolo partito di Alfano colleziona percentuali risibili, in Sicilia i suoi uomini sono considerati da sempre ras delle preferenze. Non si può certo dire il contrario di uno come Giuseppe Castiglione, genero ed erede del potentissimo Pino Ferrarello, ex senatore berlusconiano, già prescritto per una storia di tangenti dieci anni fa. Originario di Bronte, la città dei pistacchi e del massacro del garibaldino Nino Bixio, in passato Castiglione è riuscito a farsi eleggere al consiglio regionale con quasi 20 mila preferenze: un record. Oggi, invece, il sottosegretario all’Agricoltura è l’uomo che incarna i successi di Alfano sull’isola. Per la precisione a Est dell’isola e cioè a Mineo, la città in provincia di Catania nota soprattutto perché dal 2011 ospita l’omonimo centro per richiedenti asilo. I sondaggi danno il partito di Alfano tra il 3 e il 4% praticamente ovunque? Nessun problema: a Mineo, infatti, l’ex ministro è stato capace di prendere addirittura il 40% dei voti. Il motivo di questo inedito successo lo spiegano i magistrati della procura di Catania nella richiesta di rinvio a giudizio per il luogotenente di Alfano e altre 17 persone, accusate di turbativa d’asta e corruzione elettorale.
Mineo, voti e tessere per Ncd – Si tratta della costola siciliana dell’inchiesta su Mafia capitale nata dalle dichiarazione di Luca Odevaine che ha fatto luce sulla gara d’appalto da 100 milioni per gestiste il centro d’accoglienza. Il sistema, per i pm, era semplice: a Mineo andava in scena “una spregiudicata gestione dei posti di lavoro (circa 400) per l’illecita acquisizione di consenso elettorale”. Tradotto: voti in cambio di posti di lavoro. E addirittura ai dipendenti del Cara veniva chiesto di prendere la tessera del Nuovo centrodestra. “Non si tratta di una imposizione – ha spiegato ai pm una lavoratrice del centro– anche se quasi tutti i dipendenti del Cara sono effettivamente iscritti a Ncd: io stessa lo sono”. È in questo modo che il centro per richiedenti asilo è diventato una gigantesca macchina elettorale capace di garantire preferenze a vari partiti: alle politiche del 2013 – quando Alfano era ancora il golden boy di Berlusconi – i voti della zona vanno al Pdl, alle amministrative dello stesso anno a una lista civica alfaniana (che elegge sindaco Anna Aloisi, anche lei indagata), mentre alle europee del 2014 vengono indirizzati verso la neonato partito del ministro agrigentino.
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25 anni di tangenti? Sequestrato un bottino da record a dirigente pubblico corrotto
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25 anni di tangenti? ecco il risultato: l’ingegnere Michele Candreva, funzionario del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, era stato arrestato, nel novembre 2016, dai finanzieri del Comando Provinciale di Udine per le tangenti pagategli dalla Pilosio Spa.
Al momento della perquisizione gli agenti hanno rinvenuto, oltre a gioielli, contanti e buoni benzina per 65.000 euro, anche un’agenda sulla quale il funzionario aveva annotato tutti i compensi percepiti per le sue prestazioni infedeli dal 1989 sino al giorno prima dell’arresto.
In ottemperanza all’ordine del Giudice, i finanzieri di Udine hanno sequestrato un vero e proprio tesoro: 4 depositi bancari, con un saldo attivo pari a circa 400.000 euro, 6 immobili, tra cui uno di gran pregio, situato in una zona residenziale di Roma, del valore di circa 2 milioni di euro, e una autovettura Mercedes, per un totale di 2,4 milioni di euro.
Clamorosa Ultim'Ora - Bankitalia indagata, ecco perchè
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La Procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo d’indagine sulla vigilanza della Banca d’Italia. L’inchiesta, per ora senza indagati, è stata affidata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone ai sostituti Maria Sabina Calabretta e Stefano Pesci, già titolari dell’indagine su Veneto Banca che vede l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli indagato per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio.
L’inchiesta nasce da un memoriale di Pietro D’Aguì, ex manager della Banca Intermobiliare (Bim), boutique finanziaria controllata da Veneto Banca in liquidazione. Il memoriale è stato depositato il 30 giugno scorso dall’avvocato Michele Gentiloni Silveri, cugino del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.
Secondo autorevoli indiscrezioni, il premier è informato della vicenda e ne ha già potuto valutare, durante le brevi vacanze estive, l’impatto politico. A novembre scade il mandato del governatore Ignazio Visco. La decisione se confermarlo o no spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a Gentiloni, e sarà presa in coincidenza con l’avvio della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. È auspicato o temuto, secondo i punti di vista, che un tema centrale siano le responsabilità della vigilanza, cioè Consob e Bankitalia.
Alle accuse ricorrenti su distrazioni, miopie e strabismi di Bankitalia, l’inchiesta della procura di Roma aggiunge l’ipotesi di reati, cioè di scorrettezze dolose. Gli sviluppi dell’azione penale potrebbero gettare nuova legna su un fuoco che per ora cova sotto la cenere: fino a ieri le indiscrezioni autorizzate non hanno messo in dubbio la volontà di Quirinale e Palazzo Chigi di rinnovare la fiducia a Visco.
Il memoriale di D’Aguì è stato accompagnato da una lettera dell’avvocato Gentiloni che ne sintetizza i contenuti segnalando “alcuni dati idonei a costituire notizie di reato” e indicando due nomi di peso: il capo del “Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria” della Banca d’Italia Carmelo Barbagallo e l’ispettore Emanuele Gatti.
Sono tre i capitoli riguardanti l’operato della vigilanza raccomandati a Pignatone per gli approfondimenti dall’avvocato Gentiloni.
Primo. Comportamento della vigilanza durante l’acquisizione di Bim da parte di Veneto Banca (2010-2011) “con successivo inadempimento da parte di quest’ultima alle obbligazioni assunte”. La Bim fu in parte pagata da Consoli con azioni di Veneto Banca e (secondo le accuse di D’Aguì) relativa e inevasa promessa di riacquisto in tempi rapidi. Sul punto D’Aguì ha denunciato Consoli che dal 6 aprile scorso è indagato dai sostituti Calabretta e Pesci anche per truffa ed estorsione.
Secondo. L’ispezione compiuta da Gatti sulla Bim nel 2012, per la quale l’avvocato Gentiloni raccomanda alla procura la “valutazione degli errori compiuti” e il ruolo di Barbagallo “nella fase successiva all’ispezione”. In quell’ispezione Gatti diagnosticò una riduzione di due terzi del capitale di vigilanza, portandolo a soli 157 milioni contro i 435 indicati nella semestrale 2012. A fine 2012 il bilancio Bim (quotata in Borsa) indicava il patrimonio di vigilanza a 322 milioni, il doppio di quanto calcolato da Gatti, senza che nessuno abbia sollevato obiezioni. Nel frattempo però, sulla scorta dell’ispezione di Gatti e dell’istruttoria di Barbagallo, il governatore Visco ha scritto alla Bim ordinando perentoriamente di revocare i poteri a D’Aguì. Dopo averlo sentito per anni lamentarsi di non aver mai avuto il potere di rimuovere i banchieri sospetti, scopriamo che già quattro anni fa Visco poteva, quando Barbagallo lo decideva, scrivere “la Banca d’Italia dispone” per ordinare il licenziamento.
Terzo. Comportamento della vigilanza “in relazione al mancato acquisto” della Bim da parte di una cordata di investitori guidata da D’Aguì, e “motivi reali del mancato consenso all’operazione da parte delle autorità di vigilanza”. Nell’agosto 2014, D’Aguì, con numerosi soci tra cui Carlo De Benedetti, Luca di Montezemolo e il fondo britannico Duet Alternative Investment, ha contrattato il riacquisto di Bim per 562 milioni.
Dopo mesi di tira e molla, il 16 giugno 2015 la vigilanza europea, su proposta della Banca d’Italia, ha comunicato il diniego all’operazione con lettera del presidente della Bce Mario Draghi. Secondo D’Aguì in quella procedura sono state inserite notizie false sulla sua situazione processuale che avrebbero determinato la mancanza dei requisiti di onorabilità per il leader della cordata, e quindi il diniego.
L’operazione avrebbe attenuato la crisi di Veneto Banca rimpolpandone il patrimonio di vigilanza di circa 50 preziosi punti base. A distanza di soli due anni il commissario liquidatore Fabrizio Viola sta vendendo la Bim per un valore indicato tra 100 e 150 milioni. Lo stop della vigilanza è costato ad azionisti e creditori di Veneto Banca oltre 400 milioni.
L’apertura dell’inchiesta su Palazzo Koch non è una sorpresa. Dopo l’esplosione della crisi bancaria quasi tutti gli amministratori degli istituti in crisi sono stati indagati per ostacolo alla vigilanza: la Banca d’Italia, accusata da più parti di aver vigilato a vuoto, ha reagito denunciando i banchieri alle Procure di mezza Italia, accusandoli di aver sistematicamente ingannato i suoi ispettori sulle reali condizioni finanziarie delle banche. E quasi tutti i banchieri indagati hanno reagito accusando gli ispettori della Banca d’Italia di aver sempre saputo (e silenziosamente approvato) tutto.
Il copione, inaugurato con il processo a Giuseppe Mussari di Montepaschi, in questo momento viene interpretato con particolare vigore da Consoli, in attesa dell’udienza preliminare che deciderà sul suo rinvio a giudizio. La cannonata più forte arriva adesso da D’Aguì, imputato con Consoli per un fatto marginale e non certo catalogabile come suo sodale dopo che lo ha denunciato per estorsione e truffa.
Ecco tutti i nomi e i numeri delle coop che si arricchiscono con gli immigrati
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(liberoquotidiano.it) – C’è una sola cooperativa sociale di rilievo che si occupa di gestione e accoglienza dei migranti che nel 2016 non è riuscita ad aumentare il suo giro di affari: è il consorzio Eriches 29 di Roma che un tempo era guidato da Salvatore Buzzi e oggi per sua sfortuna è controllata dal tribunale di Roma che ne sequestrò le quote quando scoppiò lo scandalo di Mafia Capitale. Ma è un caso più unico che raro: perché nell’ultimo anno chi si è occupato di migranti e nella maggiore
parte dei casi ha gestito gli Sprar ha fatto affari così straordinari con le cooperative sociali o i consorzi che ne raccolgono alcune che quelle imprese sembravano vivere in tutt’altra parte di Italia. Basta pensare che con le 45 più rilevanti che hanno depositato presso la camera di Commercio locale il proprio bilancio al 31 dicembre 2016 si raggiunge un fatturato di 367,7 milioni di euro. Le stesse società nel 2015 avevano complessivamente fatturato 294,5 milioni di euro. La crescita complessiva del loro giro di affari è stata dunque superiore ai 73,1 milioni di euro in un solo anno, pari ad un aumento del 24,81% sul giro di affari dell’anno precedente. Nessun altro settore produttivo italiano può vantare risultati di questo tipo in un anno dove si è cominciata a vedere una timida crescita, mai però a due cifre.
Le coop che si arricchiscono con i migranti: nomi e numeri
Se si guarda l’utile netto conseguito dalle 45 coop sociali che si sono occupate di migranti il risultato è ancora più strabiliante: era di 3,4 milioni di euro nel 2015, è salito a 6,5 milioni di euro nel 2016, con una crescita assoluta di 3 milioni e percentuale del 90,5%. La cifra può sembrare esigua rispetto al giro di affari, ma qui non siamo di fronte a società per azioni o a multinazionali, e bisogna tenere presenti regole e tradizioni delle cooperative sociali, che più o meno vengono tutte dalla Lega Coop, dalla Confcooperative, dalla chiesa cattolica o da movimenti cattolici.
Fra quelle 45 coop solo 4 hanno visto nel giro dell’ultimo anno ridursi il fatturato per il taglio di alcune commesse pubbliche, ma di quelle quattro tre hanno comunque aumentato la propria redditività rispetto all’anno precedente. L’utile è aumentato per 35 cooperative, mentre per dieci si è ridotto. Ma di queste dieci ben 9 sono comunque riuscite ad aumentare il proprio giro di affari sperando di fare lievitare il margine nel 2017.
IL CASO BUZZI
La sola coop che invece è in negativo sia per fatturato che per utile è appunto la sopra ricordata Eriches 29 che oggi viene gestita dal tribunale di Roma che ha nominato alcuni professionisti al vertice. Forse è un caso, ma forse non lo è che la sola coop di settore per cui i migranti non siano un business è quella su cui è strettissimo il controllo di legalità. Anche per la Eriches 29 però nel 2017 la situazione potrebbe cambiare in meglio. Lo si legge nella relazione di bilancio in cui gli amministratori fanno una sostanziale rivelazione. «Si precisa», scrivono, «che nei primi mesi del 2017 la Società ha chiesto ed ottenuto dalla stazione appaltante Comune di Roma-Dipartimento Politiche Sociali di rinegoziare la percentuale del co-finanziamento relativo alla commessa Sprar. dal 20% al 5%. Come noto, il 20% del co-finanziamento che rimane a carico del gestore costituisce la principale causa della marginalità negativa della commessa; la riduzione al 5% consente il riequilibrio della stessa, e di tale riequilibrio la Società ne trarrà beneficio seppure limitato al secondo semestre del 2017».
Cosa è accaduto? Che l’ex coop di Buzzi si è portata di proroga in proroga fino al giugno 2017 le regole del vecchio contratto. Ma nel frattempo è intervenuta una novità legislativa, di cui ha beneficiato probabilmente qualche altra coop che gestiva gli Sprar dei migranti già nella seconda parte del 2016: dipende dalla scadenza dei loro contratti e dalle trattative avviate con gli enti locali controparte.
La legge prevedeva che per il finanziamento degli Sprar per l’accoglienza diffusa dei profughi e richiedenti asilo l’80% fosse a carico dello Stato e il 20% a carico degli “enti”. In teoria quel 20% doveva essere finanziato dagli enti locali in cui venivano istituiti i centri di accoglienza, ma in quasi tutti i casi i comuni hanno traslato quella norma sugli enti privati che vincevano le gare: le coop sociali che gestiscono quei centri.
Il governo di Matteo Renzi nell’agosto del 2016 ha varato un nuovo decreto che ha portato quella percentuale dal 20% al 5%, e di conseguenza le coop hanno avuto direttamente o indirettamente (attraverso il Comune) un 15% inatteso di redditività in più.
Le due più grandi coop sociali che si occupano di migranti sono la Auxilium e la Senis Hospes entrambe con sede legale a Senise, in provincia di Potenza. Più volte finite entrambe sotto tiro della magistratura (anche in alcuni scampoli della inchiesta su Mafia Capitale), sono legate alla storia di una cooperativa bianca un tempo legata alla compagnia delle Opere: La Cascina, che fa ristorazione. Gestiscono i Cara più importanti, e una sfilza. Ma i problemi giudiziari non hanno intralciato evidentemente i loro affari: l’Auxilium in un anno ha visto aumentare il proprio fatturati da 56,2 a 61,1 milioni di euro e anche l’utile è cresciuto lievemente: da 529mila a 543mila euro. La performance è stata ancora più straordinaria per la Senis Hospes: il fatturato è salito da 26,2 a 42,1 milioni di euro e l’utile da 80mila a 109mila euro. Il risultato straordinario arriva dalla gestione del Cara di Mineo, dal Cara di Foggia e di alcuni Sprar a Roma, Teramo e altri 13 comuni minori. È stata acquisita la gestione anche di un ulteriore Sprar nel comune di Messina. La previsione degli amministratori è di affari a gonfie vele anche nel corso del 2017: «La gestione 2017», scrivono nella relazione sulla gestione, «evidenzia un livello di servizi resi e marginalità in linea con quelle già registrate nel 2016. Nel corso dell’esercizio 2017 la Cooperativa ha in animo in particolare di intensificare i propri servizi resi nel campo socio assistenziale».
Molte cooperative sociali affiancano al business dei migranti anche altro tipo di attività nel campo dell’assistenza sociale: minori, anziani, case famiglia anche per gli italiani. Alcune di loro sono nate in quel settore, e poi hanno colto al volo l’occasione di business che presentavano i rifugiati. Ma non poche sono nate solo negli ultimi anni proprio per esercitare in via esclusiva nel settore dei migranti.
Fra quelle che hanno avuto negli ultimi dodici mesi risultati eclatanti c’è anche la Lai Momo di Sasso Marconi in provincia di Bologna: ha quasi raddoppiato il fatturato (da 3,2 a 5,3 milioni di euro) e più che raddoppiato l’utile netto (da 309 mila a 883 mila euro). È la coop balzata al disonore delle cronache negli ultimi giorni per quell’improvvido commento sui social del proprio mediatore culturale Abid Jee sullo stupro in spiaggia a Rimini, in cui sosteneva che la donna violentata dopo il primo brusco impatto provava piacere. La Lai Momo ha vinto l’appalto per la gestione dello Sprar di Bologna insieme ad altre coop, e si è creata in questi giorni tensione con il committente.Ma non può lamentarsi, visti i risultati.
Fra le performance più incredibili quella della Ruah di Bergamo, che ha visto lievitare il proprio fatturato da 4,8 a 9,2 milioni di euro, quasi quadruplicando l’utile: da 82 mila a 284 mila euro.
di Franco Bechis
giovedì 31 agosto 2017
CROCIERE E GIOIELLI CON I SOLDI DEGLI OPERAI: LA VITA DA SULTANO DEI SINDACALISTI DELLA UIL, LA PEGGIO FECCIA PARASSITA
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Il segretario del sindacato: “Personalmente, non ho mai neanche pensato di poter utilizzare risorse della Uil per fini estranei agli interessi dell’organizzazione”. L’ex numero uno: “Era per discutere in maniera approfondita, e per più giorni, dei contratti del pubblico impiego”
L’accusa è appropriazione indebita, in concorso con altri sei imputati, per essere stati in crociera con i soldi del sindacato. MaCarmelo Barbagallo e Luigi Angeletti, segretario nazionale Uil e il suo predecessore, respingono le accuse. I pm di Roma Stefano Pesci e Paolo Marinaro contestano, secondo quanto riporta La Repubblica, ad altri imputati l’acquisto di gioielli da Swarovski per oltre 7mila euro e un soggiorno al “California Camping Village”, in Toscana tra il marzo del 2010 e il maggio del 2012. A giudizio davanti al giudice della IX sezione penale anche ci sono anche Goffredo Patriarca, Giuseppe Caronia, Romano Bellissima, Salvatore Bosco, Luigi Simeone e Ubaldo Conti.
Le indagini hanno accertato che ci sarebbero state contabilizzazioni anomale. Per esempio la causale che ha permesso di pagare le vacanze per 16.456 euro era “contributo per progetto condiviso“. Il 22 marzo del 2010 la Costa crociere ha ricevuto il bonifico da conti Uil. Angeletti, allora numero uno, e Barbagallo si erano imbarcati con altri tre sindacalisti e gli accompagnatori. Anche l’anno successivo c’era stata una vacanza con le stesse modalità pagata il 27 maggio del 2011. A dicembre del 2010 sempre con i soldi del sindacato Goffredo Patriarca avrebbe pagato, questa l‘ipotesi della procura, un soggiorno a Ubaldo Conti per due settimane ad agosto del 2010 accompagnato in Toscana da madre e nipote. Lo stesso Patriarca avrebbe speso circa 7mila euro in quattro puntate in gioielleria usando la carta di credito di Uil Trasporti.
“Ho piena fiducia nell’operato della magistratura e resto in attesa di poter chiarire ogni aspetto di questa vicenda. Personalmente, non ho mai neanche pensato di poter utilizzare risorse della Uil per fini estranei agli interessi dell’organizzazione alla quale ho sempre dedicato e dedico tutto il mio lavoro e la mia persona – fa sapere Barbagallo -. Sono impegnato a lavorare h/24 per il sindacato”. Angeletti, sentito dai pm, si era difeso dicendo che le crociere “avevano lo scopo di consentirci di discutere in maniera approfondita, e per più giorni, di importanti tematiche relative principalmente al blocco dei contratti del pubblico impiego e delle politiche previdenziali dei governi in carica”.
MAFIA CAPITALE, LA PARASSITA PD: “HO CHIESTO A BUZZI SOLDI PER ME E PER MIO MARITO”
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La deputata del Pd Micaela Campana, nota alle cronache per aver salutato Salvatore Buzzi con l’sms «Bacio, gran capo», ieri, sentita nel processo a Mafia Capitale ha ammesso di aver chiesto e ricevuto dal ras delle coop diversi contributi elettorali. Soldi in favore dell’ex marito l’assessore Daniele Ozzimo, già indagato e condannato a due anni e due mesi per corruzione, e del partito nazionale.
Contributi legittimi, ha spiegato. Per sé, quando si è candidata come consigliera municipale nel 2001(«di cui non ricordo se pervenuti perché la legge non prevedeva il rendiconto», ha specificato) e «ventimila» per la candidatura in Campidoglio dell’ex marito. Un finanziamento quest’ultimo, per sua stessa ammissione, arrivato a pochi mesi dalla separazione, tanto da suscitare la curiostà della presidente del collegio, Rosanna Ianniello: «Visto che all’epoca si era già lasciata con suo marito perché fu lei a fare da tramite?». «Perché lo ritenevo una persona valida per il Campidoglio», ha precisato la deputata.
I FINANZIAMENTI
La testimone, sentita sempre nell’ambito dei finanziamenti al partito, però, non ha saputo fornire spiegazioni precise di fronte a un sms inviatole da Buzzi nel novembre 2014, in cui l’ex presidente della 29 Giugno confermava l’avvenuto pagamento per la cena di finanziamento del Pd organizzata dal premier Matteo Renzi: «Bonifico fatto, ho preparato la lettera per il premier». «Gli dissi della cena, ma lui era già stato contattato dal Pd romano», ha detto la deputata, «Io gli indicai solo il numero di conto corrente. Ricordo le persone della cooperativa alla cena, ma non ricordo di aver visto Buzzi. Di sicuro non mi ha consegnato nulla».
LA TESTIMONIANZA
La testimonianza, durata un paio di ore, non è stata una passeggiata per la testimone che pur potendosi avvalere della facoltà di non rispondere, essendo la moglie (anche se separata) di Ozzimo, ha preferito parlare inanellando però una sfilza di «non ricordo» anche su altri punti cruciali dell’inchiesta, tanto che la presidente del collegio, l’ha interrotta più volte: «La invito per l’ennesima volta a dire la verità. Lei è una persona giovane, non può non ricordare. E’ singolare che lei abbia zone in cui ricorda e altre in cui non ricorda».
I VUOTI
Il picco dei vuoti di memoria è stato raggiunto quando la difesa di Buzzi, il ras delle coop e braccio destro di Massimo Carminati, ha tirato in ballo una intercettazione in cui la Campana chiedeva all’imprenditore di mobilitarsi per fare un trasloco che dalle intercettazioni è stato ricollegato al cognato, consigliere municipale e compagno della sorella. «Non ricordo nulla», ha tagliato corto la deputata rispondendo alle domande dell’avvocato Pier Gerardo Santoro. Sono tre le questioni cruciali che l’hanno messa in difficoltà. Dall’interrogazione sollecitata da Buzzi per il Cara di Castel Nuovo di Porto «che non ho mai presentato» (ha precisato), all’incontro sollecitato sempre da Buzzi con il viceministro Filippo Bubbico «di cui ignoravo l’argomento», fino al trasloco in favore del cognato, Nicola Corrado «di cui non so nulla». «Quando ho conosciuto Buzzi ero un’universitaria fuori sede». Durante la testimonianza la parlamentare ha specificato anche il significato dell’sms a Buzzi: «Bacio, gran capo». «Gran capo per una questione di rispetto, è più grande di me, e pure perché capo della più grande cooperativa del centro sud». Prima della parlamentare era stato il turno dell’ex garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni, che ha ha rivendicato l’amicizia con Buzzi: «Ha dato lavoro a centinaia e centinaia di detenuti e anche di disabili».
STREPITOSO DI BATTISTA: SFANCULATI MONTEZEMOLO E MALAGO’ ALLA AEROPORTO! VOLEVANO LECCARGLI IL FONDOSCHIENA, ECCO COME LI HA STOPPATI
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Articolo del 12-07-2016
1. SIPARIETTO A FIUMICINO, CHE RACCHIUDE TUTTA LA PIACIONERIA ROMANA: MALAGO’ INCROCIA IL GRILLINO DI BATTISTA CHE PARLA AL CELLULARE E VUOLE ATTACCARE BOTTONE, MA ‘DIBBA’ LO GELA: “SCUSI, SONO AL TELEFONO CON UNA PERSONA MOLTO PIU’ IMPORTANTE DI LEI”
2. BECCATEVI LA RISPOSTA DI MEGALO’: ”ALLORA PASSAMELA, CHE SICURAMENTE SIAMO AMICI!”
3. QUANDO IL SIPARIETTO STAVA PER TRACIMARE, SI È FATTO AVANTI L’ACCOMPAGNATORE DI MALAGÒ, LUCA DI MONTEZEMOLO, CHE HA PRESO IL BRACCIO DEL PRESIDENTE DEL CONI E LO HA TIRATO A SÉ: «DAI, CHE DOBBIAMO ANDARE. E RASSEGNATI: LORO NON SONO AMICI NOSTRI…»
Quando il siparietto stava per tracimare, si è fatto avanti rapidissimo l’ accompagnatore di Malagò, Luca Cordero di Montezemolo, che ha preso il braccio del presidente del Coni e lo ha tirato a sé: «dai, che dobbiamo andare. E rassegnati: loro non sono amici nostri…»Franco Bechis per “Libero Quotidiano”
Malagò-Di Battista Incontro spezzato da Montezemolo
Che non siano propriamente sulla stessa linea d’ onda lo si è ben capito dalla campagna elettorale del Movimento 5 stelle a Roma, in gran parte centrata sul no alle Olimpiadi. Però il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha provato in qualche modo ad agganciare uno dei leader del movimento, Alessandro Di Battista.
In modo del tutto casuale. Malagò ha pizzicato il leader grillino all’ Aeroporto di Fiumicino.
Dibba stava al telefonino, a quanto sembra con una personalità istituzionale.
Malagò lo ha salutato con il suo tipico approccio da piacione romano. Dibba gli ha fatto segno di essere occupato al telefono in una cosa seria. Il presidente del Coni però non si è arreso e gli è arrivato di fianco ridendo: «ma con chi sei al telefono?». Dibba ha sgranato gli occhi come per dire «ma saranno mica fatti suoi?», poi però un po’ secco ha detto: «scusi, sono con una persona molto più importante di lei».
La speranza era che Malagò girasse i tacchi e lo lasciasse in pace. Ma non è stato così. Il presidente del Coni ha allungato la mano sul telefonino del deputato a cinque stelle ridendo : «allora passamela, che sicuramente siamo amici…». Quando il siparietto stava per tracimare, si è fatto avanti rapidissimo l’ accompagnatore di Malagò, Luca Cordero di Montezemolo, che ha preso il braccio del presidente del Coni e lo ha tirato a sé: «dai, che dobbiamo andare. E rassegnati: loro non sono amici nostri…».
LE COOP? SONO LA VERA PIOVRA CHE INFETTA L’ITALIA: SAPEVI CHE HANNO LE MANI IN PASTA IN TUTTI I GRANDI BUSINESS CHE NECESSITANO DI PROTEZIONE POLITICA?
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POTERE ROSSO – INTORNO A LEGACOOP SI ESTENDE UNA RAGNATELA DI PARTECIPAZIONI DA CENTINAIA DI MILIONI DI EURO – CI SONO BANCHE E FINANZIARIE, MA ANCHE SOCIETÀ DI LEASING, DI COSTRUZIONE, CONCESSIONARIE AUTOSTRADALI ED ENERGIE RINNOVABILI
Attraverso la finanziaria Coopfond, Legacoop partecipa a Cooperfactor, Cooperare Spa e Cooperfidi Italia. Si tratta di finanziarie che a loro volta hanno in pancia partecipazioni per centinaia di milioni di euro. I politici di riferimento sono Giuliano Poletti e Graziano Delrio…
Stefano Sansonetti per “Il Giornale”
Un ragnatela incredibile, all’interno della quale si annodano i fili che portano a decine di società finanziarie e a una moltiplicazione inarrestabile di poltrone. Benvenuti nei cunicoli del mondo Legacoop, la lega delle cooperative rosse che certo non esaurisce il suo potere economico nel controllo del gruppo assicurativo UnipolSai. Anzi, è proprio al di fuori di questo contesto che si sono sviluppate attività economiche a non finire. Il tutto, oggi, sotto il controllo di Mauro Lusetti, presidente di Legacoop, e di Aldo Soldi, vero collezionista di poltrone in una galassia in cui i consigli di amministrazione a volte arrivano a sfiorare i 20 componenti.
Per orientarsi occorre partire da Coopfond Spa, in passato presieduta dall’attuale ministro del lavoro, Giuliano Poletti. Controllata al 100% da Legacoop, questa società gestisce il ricco fondo mutualistico delle cooperative rosse, alimentato dal 3% degli utili di ciascuna. Coopfond è un veicolo finanziario che entra nel capitale delle varie società, rilevandone fette che possono arrivare fino al 50%. In base agli ultimi bilanci disponibili la società è arrivata ad avere in pancia partecipazioni per 251 milioni di euro, e a gestire un fondo di riserva da 412 milioni.
Ma Coopfond, a quanto pare, fornisce anche altre soluzioni finanziarie. La società è citata nell’ultimo documento contabile della cooperativa “29 giugno”, fino a poco tempo fa guidata da quel Salvatore Buzzi ora coinvolto nell’inchiesta “Mafia Capitale”, che avrebbe esplorato proprio con l’assistenza della società di Legacoop la possibilità di emettere miniobbligazioni. Non finisce qui. Coopfond, che ora è presieduta da Lusetti ed è guidata da Soldi nelle vesti di direttore generale, vanta a sua volta tre partecipazioni in altrettante società: Cooperfactor, Cooperfidi Italia e Cooperare Spa.
La prima, Cooperfactor, è la società di factoring del mondo Legacoop, quella che anticipa i crediti che le coop rosse hanno nei confronti della Pa (nei limiti dell’80%). La seconda società, Cooperfidi Italia, ha dietro pure l’associazione delle cooperative bianche e rilascia garanzie alle banche che prestano soldi alle coop. Infine la terza società, Cooperare Spa, che è anche la più rilevante. Sede a Bologna, si tratta di un’altra holding di partecipazioni che acquisisce pacchetti di minoranza nelle coop con operazioni che partono da un taglio minimo di 4-5 milioni di euro. Gli ultimi dati di bilancio dicono che a fine 2013 la dotazione finanziaria di Cooperare Spa era arrivata a 268 milioni di euro.
In più la società ha all’attivo investimenti in 9 società cooperative per un valore di 303 milioni di euro.
Il pezzo più pregiato è una quota di Finsoe, la scatola di controllo del colosso assicurativo Unipol. Ma spuntano investimenti in settori come le concessioni autostradali (Holcoa) e le energie rinnovabili (Dister Energia), oltre a quelli in colossi della cooperazione rossa come Manutencoop e Cmc di Ravenna. Le sorprese continuano anche ai piani alti di Cooperare Spa. Nella sua compagine azionaria, accanto a Coopfond, troviamo Ccfs (una sorta di consorzio finanziario) e le 5 finanziarie territoriali di sistema delle coop rosse, ovvero la Par.Co di Reggio Emilia, la Sofinco di Modena, la Parfinco di Bologna (nata dalla recente unione tra Fi.Bo di Bologna e la Fed.Ra di Ravenna), la Fin.Pa.S della Toscana e la Csa di Parma.
In base agli ultimi dati di bilancio tutti gli azionisti di Cooperare Spa sono arrivati ad avere un patrimonio netto aggregato di 700 milioni di euro. Per certi aspetti simile anche la situazione di uno degli azionisti di Cooperare Spa, ossia il Ccfs (Consorzio cooperativo finanziario per lo sviluppo). Questa struttura, dietro alla quale c’è tutto il movimento delle cooperative rosse, rappresenta un’altra specie di banca del sistema, dal momento che offre depositi liberi, vincolati e tutta una serie di finanziamenti.
In più dal Consorzio dipendono a cascata altre partecipazioni: Leasecoop spa (leasing immobiliare), Finanza Cooperativa (leasing mobiliare) e Quorum spa (leasing immobiliare). Come si vede un intreccio incredibile, degno del più sofisticato gruppo finanziario. Il tutto con il vertice ben saldo sull’asse Bologna-Reggio Emilia. A ulteriore dimostrazione di come, oltre a Poletti, nel governo tra gli uomini di riferimento delle coop rosse ci sia anche il sottosegretario Graziano Delrio, già sindaco della stessa Reggio Emilia.
TOLTI 80 EURO ALLA BUSTA PAGA DEI VIGILI DEL FUOCO: COSI’ L’INFAME GENTILONI PREMIA GLI EROICI RAGAZZI CHE OGNI GIORNO RISCHIANO LA VITA PER NOI
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Agenpress – Buste paga più leggere dal mese di gennaio per quasi cinquecentomila appartenenti a Forze Armate, Forze di Polizia e Vigili del Fuoco per effetto della sospensione del contributo straordinario di 80 euro mensili, pari a 960 euro su base annua, riconosciuto con la legge di stabilità per il 2016 ma in attesa delle determinazioni attuative del governo. Lo si apprende da un messaggio di NOIPA, il portale del Mef relativo ai dipendenti pubblici.
Il Conapo, sindacato autonomo dei vigili del fuoco, in una nota di protesta inviata al premier Gentiloni e ai ministri Padoan, Minniti e Madia ha chiesto “di provvedere con urgenza alla decretazione attuativa che possa consentire di ripristinare il bonus sicurezza di 80 euro già dal mese di febbraio 2017, e con decorrenza retroattiva al mese di gennaio” giudicando “grave la dimenticanza del governo che non rende onore alla abnegazione al servizio dei Vigili del Fuoco che non cessa mai un istante e che va sempre ben oltre i normali doveri istituzionali”.
“Il Governo Gentiloni – ha chiesto Antonio Brizzi, leader del Conapo – dimostri la dovuta attenzione verso il personale dello Stato in uniforme e presti attenzione specifica alla particolare situazione retributiva e pensionistica dei Vigili del Fuoco, da sempre trattati come corpo di serie B ma quotidianamente in prima linea per la sicurezza dei cittadini. L’impegno di terremoti, maltempo ed emergenza incendi ne sono conferma!”
DIFFONDETE SUBITO! Il sondaggio che distrugge i criminali dell’informazione: il 70% degli italiani sta con la Raggi
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Da mesi in questo sito denunciamo il comportamento vergognoso dei “criminali dell’informazione” nei confronti di Virginia Raggi.
Tra bufale, false notizie e titoloni sensazionalistici, i fake media hanno gettato fango sull’amministrazione 5 Stelle della capitale da quando la sindaca ha messo piede in Campidoglio, accusandola di tutti i mali causati da anni di amministrazione Pd e centrodestra.
Ma con questo atteggiamento, giornaloni e tg si sono scavati la fossa: a quello che dicono ormai non ci crede più nessuno, perché, se da una parte ci raccontano che Roma è piena di buche, dall’altra gli utenti della rete vedono con i loro occhi tutte le foto delle strade asfaltate dalla giunta Raggi.
E non a caso un sondaggio realizzato per Agorà ha rilevato che il 69% degli italiani degli italiani è convinto che la Raggi abbia fatto bene o abbia solo bisogno di tempo.
Una grande sconfitta per la propaganda di regime.
M5S: ‘I responsabili dei disastri di Roma sono i vecchi partiti e gli italiani lo sanno’
Il M5S ha commentato i risultati del sondaggio con un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo, che riportiamo di seguito:
“Quasi il 70% degli italiani esprime un giudizio positivo sull’operato del sindaco di Roma Virginia Raggi e la sua giunta. Lo rivela un sondaggio per Agorà, mettendo in luce che a prevalere è la consapevolezza che per vedere i primi risultati, in una città che per 20 anni è stata spolpata dai partiti, serve tempo. Gli italiani dimostrano molta più saggezza dei tanti soloni che pretendono miracoli da una Giunta che si è insediata sulle macerie dei disastri di chi ha governato negli anni passati, e molta più onestà intellettuale di coloro che hanno distrutto Roma e ora vorrebbero che la Raggi, con una bacchetta magica, risolvesse i danni che loro stessi hanno provocato.
Chi ieri ha distrutto Roma e oggi sta mandando in malora l’intero Paese tenta di usare gli attacchi a Virginia Raggi come arma di distrazione di massa per provare a distogliere l’attenzione degli italiani dalle loro responsabilità e dai loro fallimenti. Ma gli italiani ci vedono benissimo e il giochino non funziona. Non funziona con i cittadini e non funziona con il MoVimento 5 Stelle: il PD, che vorrebbe imporre al Paese la narrazione di ‘una Roma mal governata’, deve rendere conto dei dati e dei fatti di questi ultimi quattro anni in cui si sono susseguiti tre governi totalmente fallimentari.
Vi rinfreschiamo la memoria? Immigrazione: quattro anni di nulla, se non un patto scellerato sottoscritto da Renzi con l’Unione europea per avere briciole di flessibilità con cui finanziare le sue mance elettorali – vedi il bluff del bonus da 80 euro – in cambio dell’impegno dell’Italia a far approdare nei propri porti tutti i migranti. Sanità: oltre 4 miliardi e mezzo di tagli, che portano a oltre 12milioni gli italiani che quest’anno hanno rinunciato a curarsi per mancanza di disponibilità economica. E poi il disastro del jobs act, quello della ‘buona scuola’, e chi più ne ha più ne metta.
Da oggi in poi su Roma non accetteremo più lezioni da chi, responsabile del fallimento dell’Italia intera, sposta l’attenzione sulla Capitale per lavarsi la coscienza e nascondere le proprie colpe.”
LA MINISTRA FEDELI? HA UN MARITO SUPER PARASSITA: ECCO QUANTO PORTA A CASA CON LA “SOLITA” CONSULENZA D’ORO
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pubblichiamo una lettera inviata da un lettore al “Gazzettino”, il quotidiano più letto del Triveneto…
Caro Gazzettino,
già il 20 dicembre scorso avevo segnalato che la nuova titolare della Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, ex dirigente Cgil, era moglie di un altro senatore della precedente legislatura, tale Achille Passoni, pure lui ex dirigente Cgil (un bel sindacato di “lavoratori” dietro alle “spalle”), con il quale andrà (anzi andranno entrambi) in pensione rigorosamente “d’oro” con relativi lauti vitalizi.
Come se non bastasse ho scoperto che il coniuge della Fedeli è stato ulteriormente gratificato dal governo Renzi con un altro, non meglio precisato, incarico di “soli” 120 mila euro (consulenza segnalata e mai smentita su la Stampa) e, sorprendendomi di scoprirlo casualmente, solo ora mi viene da pensare che coloro che avrebbero dovuto farmelo sapere (politici, giornalisti ecc.) hanno, a loro volta parenti o meno scheletrici, nei rispettivi armadi.
Intanto la signora Fedeli – non laureata come erroneamente si era presentata – è pure il membro del governo con il più alto redddito, notizia delle ultime ore. Tutto normale in questo Belpaese.
Luciano Dissegna
Romano d’Ezzelino (Vi)
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