domenica 2 settembre 2018

Arriva l'annuncio che tutti disoccupati d'Italia aspettavano! Ecco che succede nel 2019



Reddito di cittadinanza: le legge è pronta



Il vicepremier alla festa del Fatto Quotidiano parla anche del suo 'rapporto' con Salvini: «Ci sono cose con cui non siamo d'accordo, ma faremo cose buone»

«Siamo consapevoli che le cose del contratto si realizzeranno, qualcosa di buono insieme lo faremo, Salvini lo conoscevamo anche prima di fare il contratto di governo. Quelle cose che non ci vedono d'accordo, come la riforma della giustizia e i diritti civili, non si faranno perchè non sono nel contratto». Parte da qui Luigi Di Maio, intervistato da Peter Gomez alla festa del Fatto quotidiano alla Versiliana di Marina di Pietrasanta. Poi una serie di impegni e spiegazioni sui prossimi atti del governo 'del cambiamento'. In primis, il Reddito di cittadinanza, che «deve partire nel 2019». Ma c'è ancora tanto da fare: «Dobbiamo mettere le coperture in legge di bilancio per consentire almeno ai 5 milioni di persone in povertà assoluta di reinserirsi lavorativamente».

Chi farà il furbo rischia «sei anni di galera»
Un avvertimento a chi cercherà di ottenere il reddito di cittadinanza senza averne diritto: «Non diamo soldi alle persone per starsene sul divano» ha rilanciato Di Maio e «se fai il furbo rischi sei anni di galera, faremo come con autostrade: non aspettiamo i tempi della giustizia, togliamo le concessioni e poi la giustizia segua i suoi tempi». E a precisa domanda sui soldi da trovare per far diventare realtà l'impegno preso in campagna elettorale, il vicepremier è chiaro: «In questi anni si sono lasciati miliardi di euro nelle casse di lobby che poi quando le cose andavano male andavano all'estero».

La manovra che verrà e le agenzie di rating
Inevitabile un passaggio sul pessimo giudizio che l'agenzia di rating Fitch ha dato del governo Lega-Movimento 5 stelle: «Questo è un bivio storico al quale si sono trovati tutti i governi degli ultimi venti anni: dobbiamo scegliere se ascoltare un'agenzia di rating o mettere al centro di cittadini, non credo che le due cose debbano andare una contro l'altra ma nel caso sia così sceglieremo sempre gli italiani. Non pensiamo nemmeno di stare qui a rassicurare un'agenzia di rating e i mercati e intanto pugnalare gli italiani alle spalle».

«Non faremo regali alle banche
«Pieno rispetto per chi ci mette in guardia da effetti della legge di bilancio ma per ascoltare queste raccomandazioni in passato si sono fatti regali alle banche, si è fatta la legge Fornero...» ha aggiunto Di Maio. «Le agenzie di rating hanno pieno diritto di fare i loro resoconti» ma, ha aggiunto, «vorrei che si leggesse quel report di Fitch attentamente perchè c'è un giudizio sul dl dignità, un giudizio sulla coesione del governo e poi ci mettono in guardia sulla legge di bilancio: come dire se realizzate queste promesse noi poi interveniamo...».

IL SONDAGGIO CHE TRAVOLGE TUTTI: Il Governo del Cambiamento vola!



Tira una brutta aria per  il PD. Secondo gli ultimi sondaggi il Governo Conte ha superato il 60% di consenso. L'asse Salvini-Di Maio sta funzionando e gli italiani credono fortemente in loro. Dopo il caso Diciotti, il leader della Lega vola con una quota intorno al 30, 1% seguito dallo stesso M5S al 30.4%.


REPUBBLICA E CORRIERE INCASSANO MILIONI PER IL NUOVO SPUTO DI BENETTON AI MORTI DI GENOVA: così pubblicano a pagamento le oscene nuove pubblicità alle loro magliette di merda prodotta in Bangladesh dagli schiavi bambini



Maurizio Belpietro per “la Verità”



Bisogna riconoscere che questi Benetton di coraggio ne hanno da vendere. Noi pensavamo che dopo il disastro delle scorse settimane, con i morti di Genova e la figuraccia della festa di Cortina, la famiglia si fosse andata a nascondere per farsi dimenticare, rinunciando alle provocazioni con cui ha costruito le proprie fortune.

Le accuse di scarsa manutenzione del ponte Morandi oltre che le polemiche per i lauti pedaggi incassati grazie alle concessioni governative, del resto, avrebbero indotto qualsiasi persona di buon senso a adottare un atteggiamento di basso profilo per un certo periodo, evitando di lasciare briglia sciolta ai creativi e anche ai manager del gruppo.

E invece no.


A inchiesta appena avviata, e a dolore per le vittime ancora caldo, quando non è ancor chiaro se ci sarà da parte del governo la revoca della concessione e nessuno sa dire chi ricostruirà il viadotto, che fanno i Benetton?

Si fanno pubblicità. Sì, proprio così. All’ interno del Corriere della Sera e di Repubblica (guarda caso proprio le due testate che nei giorni dopo la strage sono state tra le più restie a fare il nome della famiglia di Ponzano Veneto come principale azionista di Autostrade), ecco spuntare ieri una pubblicità formato lenzuolo.

Due pagine due, con in bella vista il marchio United Colors of Benetton. Fin qui si potrebbe anche eccepire che dopo tanti titoli da prima pagina che hanno ammaccato il fascino luccicante del gruppo c’ era bisogno di rifarsi un po’ l’ immagine, e dunque i pr si sono messi all’ opera comprando inserzioni e mettendo mano al portafogli.

Ma il problema è che nella pubblicità non c’ è solo il logo verde ormai molto famigliare dell’ azienda di maglioni, ma ci sono fotografie che ritraggono alcuni ragazzi e ragazze rigorosamente stranieri.

Sì, per farsi pubblicità i Benetton i modelli sono andati a prenderli fuori. Su cinque giovanotti che ieri spiccavano dalle pagine dei due quotidiani, quattro erano di colore, mentre l’ ultimo aveva l’ aria di arrivare dall’ America Latina.

Anche qui qualcuno potrebbe obiettare che in fondo, pur essendo veneti, i Benetton sono una multinazionale e i loro maglioni non li vendono solo fra Milano e Roma, dunque è giusto rivolgersi all’ estero. Osservazione che però non tiene conto di come sono vestiti i ragazzi nella pubblicità.

La sorridente fanciulla che ieri si affacciava tra le notizie del Corriere, qualche pagina dopo quelle riguardanti il ponte Morandi, ha sulle spalle una coperta termica usata per scaldare i naufraghi e al braccio porta un giubbotto di salvataggio arancio di quelli che indossano i profughi arrivati sui barconi.

L’ altra giovane che le fa compagnia sullo stesso quotidiano, oltre ad avere in mano un rosario musulmano (un altro lo ha al collo), ha in testa quello che sembra un passaporto libico. Su Repubblica i soggetti cambiano ma il concetto rimane lo stesso.

Ci sono due ragazzi di colore con le borse di plastica dei migranti e vari strati di vestiti, poi arriva un terzo soggetto che, come detto, pare latinoamericano. Il messaggio di quest’ ultimo è il più chiaro, perché il giovane non solo ha una valigia in mano, un giubbotto di salvataggio al collo e le corde da marinaio intorno alla vita per tener su i pantaloni (oltre a un plaid sulle spalle), ma ha pure delle rose in mano, proprio come i tanti venditori ambulanti che affollano le spiagge (uno dei quali, bengalese, incidentalmente l’ altro giorno a Rimini ha violentato una turista).

Insomma, la pubblicità della famiglia dei maglioni è un inno all’ immigrazione. Gli extracomunitari sono belli e sorridenti, e si dimostrano contenti di essere arrivati, al punto che uno – quello delle rose – ha già un cappello in testa con la scritta Italia. Eh, già, la pacchia comincia.

Che i Benetton sfruttino la polemica del momento, quella sui migranti, ovviamente non stupisce. Sono anni che l’ art director della casa gioca a dare pugni nello stomaco.

Dai malati di Aids ai condannati alla sedia elettrica, per finire alle ragazze devastate dall’ anoressia, tutto è passato sotto la macchina fotografica di Oliviero Toscani per essere trasformato in spot, anzi, in business. Figurarsi dunque se il creativo poteva lasciarsi sfuggire l’ occasione di acchiappare il grande tema dell’ immigrazione.

Del resto, l’ uomo a cui Luciano Benetton ha affidato il compito di rilanciare l’ immagine dei suoi maglioni è colui che molto elegantemente qualche giorno fa ha definito il ministro dell’ Interno Matteo Salvini «una scoreggia». Che eleganza. Che talento. Che coraggio.

C’ erano molti modi per risalire la china dopo essere sprofondati nel baratro di una strage in cui hanno perso la vita 43 persone: la famiglia di Ponzano ha scelto il peggiore, dimostrando di essere pronta a sfruttare per affari anche un fenomeno doloroso come quello dell’ immigrazione.

I profughi che sbarcano possono piacere o no, ma non sorridono come li fa sorridere Toscani. Non sono né allegri né festosi, ma soprattutto non indossano i capi dei Benetton.

Oltre ai maglioni, ai naufraghi manca anche l’ insensibilità, che invece pare abbondi dalle parti di Ponzano Veneto.

GOLPE FINANZIARIO? COSI’ IL MINISTRO SAVONA DEMOLISCE I GUFI DEL ‘CORRIERE’: ha preso carta e penna ed ha risposto per le rime alle loro balle




Non l’ha presa bene, Paolo Savona. Sabato il Corriere della Sera, nel commento di Angelo Panebianco, scrive testuale: “Per nulla innocenti profezie del ministro Paolo Savona (compresa l’ultima, quella sul possibile ruolo della Russia rispetto al nostro debito)”. Dopo poche ore, il



 ministro degli Affari europei risponde a muso duro: “È falso. Non ho mai auspicato una crisi del nostro debito pubblico, anzi ho costantemente operato per intraprendere una politica economica al fine di evitarla; e non ho mai pensato a trattare con la Russia, né ho preso alcun contatto con chi la rappresenta in Italia o altrove. Invero penso il contrario, ossia che altri lo sperino. Mi auguro che tra questi non vi sia il suo prestigioso quotidiano. Grazie e vive cordialità”. Piccata la contro-replica del prestigioso editorialista: “Forse i ministri, dato il loro ruolo, dovrebbero essere sempre prudenti quando fanno pubbliche dichiarazioni”.


sabato 1 settembre 2018

"E’ PER COLPA TUA CHE I GIOVANI DEVONO ANDARE ALL’ESTERO A MENDICARE LAVORO": la studentessa che ammazzò Prodi alla conferenza disse la sacrosanta verità




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Carlo Cambi per “la Verità”

Gira in Rete il filmato di una ragazza saggia, per quanto arrabbiata, che apostrofa Romano Prodi: «Non possiamo dimenticare che lei, come presidente dell’ Iri, ha svenduto il patrimonio economico italiano. Lei partecipò in prima persona alla nascita dell’ euro, come premier e come presidente della Commissione europea.

Lei ha svenduto il nostro futuro in cambio di cosa? Abbiamo ottenuto la libertà di andare all’ estero a fare i camerieri o di vivere una vita di precarietà e miseria. Le chiedo che riconosca i suoi errori e magari ci chieda anche scusa».

Vale più di un trattato sulle privatizzazioni il grido di «Cristina, di Rethinking economics di Bologna» perché questa è tutta la verità sul disastro che Romano Prodi, con l’ ottima compagnia di Mario Draghi, Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Monti, ha provocato all’ Italia.

La svendita dell’ agroalimentare dell’ Iri è però un capitolo a parte: è la summa del disastro e una tavola ben apparecchiata per gli amici degli amici: Unilever, Benetton, De Benedetti, passando per tutto il sottobosco affaristico prima Dc e poi ulivista.

Il caso Sme è la plastica rappresentazione dell’ incapacità di quelli che sono diventati personaggi dal sapere economico mitologico, «prenditori» protetti da Confindustria e foraggiati da un sistema bancario complice, in azione dal 1985 al 1994.

All’ ombra della Sme – un agglomerato che andava da Motta a Cirio, da Bertolli ad Autogrill, dai surgelati ai supermercati, che nel 1985 fatturava oltre 800 miliardi di lire e dava utili consistenti – si sono consumate vendette, scontri tra cooperative e industrie, il tutto in un turbinare di carte bollate che hanno seguito – in Italia la giustizia va così – il corso degli eventi politici.

Più si consolidava l’ idea dell’ Ulivo con Prodi conducator, più i tribunali si occupavano non del disastro prodotto dal Professore, ma di chi lo aveva contrastato. Dalla svendita Sme sono derivati i due più grandi scandali finanziari della Repubblica italiana: il crac di Parmalat e Cirio, che hanno messo sul lastrico oltre 100.000 risparmiatori, con un buco di oltre 4 miliardi di euro, dando un colpo mortale alla credibilità internazionale del sistema finanziario italiano.

I risparmiatori saranno i veri pelati di Stato, altro che le conserve che Prodi ha svenduto a Sergio Cragnotti, senza passare dal via. Ma ovviamente oggi nessuno ne parla più perché protagonisti di quei casi furono Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi, protettissimi dalla Dc e molto amati da Prodi.

Complice ne fu Cesare Geronzi, il padrone di Banca di Roma (abbiamo visto ieri che fu creata apposta per fare da pronta cassa per le svendite prodiane) condannato a 4 anni al termine di un processo durato 15 anni. Dalla disgraziata svendita della Sme è derivata la perdita di centralità del nostro agroalimentare.

Ed è bene sapere che se c’ è il caporalato al Sud, se chi produce latte non ce la fa a tirare avanti, se la grande distribuzione è diventata intoccabile e strozza gli agricoltori, se Francia e Spagna hanno fatto banco sulle nostre eccellenze agroalimentari, tutto questo va sul conto di questa operazione.

La storia è complessa e ci vide lungo Bettino Craxi che al di là della damnatio memoriae costruita dagli ultimi epigoni del Pci, diventati improvvisamente liberisti, ebbe a dire nel 1997 dall’ esilio di Hammamet: «Si presenta l’ Europa come una sorta di paradiso terrestre; l’ Europa per noi, nella migliore delle ipotesi, sarà un limbo, nella peggiore sarà un inferno.

La cosa più ragionevole era pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht. Perché se l’ Italia ha bisogno dell’ Europa, l’ Europa ha bisogno dell’ Italia e l’ Italia è un grande Paese».

Sembra la chiosa alla protesta di Cristina e Craxi fu colui che impedì che Prodi regalasse a Carlo De Benedetti tutto l’ agroalimentare italiano per una cifra quattro volte inferiore al valore poi realizzato (probabilmente meno della metà del valore reale).

Tutto ebbe inizio nell’ aprile del 1985 quando Bruno Visentini, repubblicano, viene avvertito da Giancarlo Elia Valori (il grande capo della Sme irizzata) che Prodi, arrivato a presiedere l’ Iri già dal 1982, voleva fare un regalo a Carlo De Benedetti e battezzò l’ affare come «quel pasticciaccio brutto di via Veneto».

C’ era il leit motiv alimentato bene da Prodi che comprava pubblicità sui giornali: lo Stato non può né sfornare i panettoni né fare i pelati, nonostante Pietro Armani, vicepresidente dell’ Iri in quota Pri, e Giancarlo Elia Valori dimostrassero, bilanci alla mano, che la Sme si avviava a produrre buoni utili.

Ma nel frattempo Carlo De Benedetti con la Cir si era comprato la Buitoni-Perugina per 160 miliardi. Un anno dopo la rivenderà alla Nestlé per 1.600 miliardi e si guadagnerà il soprannome di CoBaVe che sta per Compra baratta e vendi. Che il gruppo Buitoni-Perugina sia stato poi spolpato non interessa più a nessuno.

Prodi ha in testa il modello tedesco e per inseguirlo distruggerà l’ economia italiana. Così vuole dare la Sme a De Benedetti per costruire un solo polo dell’ agroalimentare. I due si mettono d’ accordo in gran segreto – Prodi avvertirà solo Clelio Darida, allora ministro dc delle Partecipazioni statali -per una cifra ridicola: De Benedetti offre meno di 1.100 lire ad azione quando la quotazione è di 1.270.

Il 29 aprile del 1985, nelle stanze di Mediobanca, Prodi e De Benedetti firmano, presente Enrico Cuccia, il preliminare d’ acquisto: la Buitoni-Perugina rileva dall’ Iri il 31% di Sme per 397 miliardi e un ulteriore 13% di azioni viene valutato 100 miliardi.

Giorgio Napolitano, allora comunista, fa il diavolo a quattro e parla di furto, Craxi si mette di traverso e blocca tutto. Si organizza una cordata alternativa composta da Silvio Berlusconi, Ferrero e Barilla. La vendita sfuma e ne nasce un contenzioso che va avanti 13 anni e su cui si incardinerà anche il famoso «processo Sme» che terrà il Cav imputato per quasi 10 anni.

Secondo la Procura di Milano aveva comprato le sentenze per impedire il trasferimento della Sme a De Benedetti. Cesare Previti e il giudice Renato Squillante furono condannati, Berlusconi completamente assolto. Ma nessuno ha invece indagato sulla seconda vendita di Sme. Si materializza nel 1993 quando alla presidenza dell’ Iri c’ è Franco Nobili che ha deciso di vendere a pezzi: Italgel, Gs e Autogrill, Cirio-Bertolli-DeRica.

Scoppia Tangentopoli, Antonio Di Pietro arresta Nobili, che resta in galera due mesi e poi viene completamente scagionato, ma tanto basta per far tornare all’ Iri Romano Prodi.

E lui, trovandosi lo spezzatino preparato da Nobili, si bea della vendita della Sme. Ma fa colossali errori ed enormi favori.

Il primo favore è per la Nestlè: gli dà Italgel per 680 miliardi quando Nobili aveva già concordato 750. Il secondo lo fa ai soliti Benetton. Ci sono in ballo gli Autogrill e i veneti, che già pensano ad Autostrade e si portano a casa i ristoranti insieme ai supermercati Gs. Ai Benetton vanno anche i ristoranti Ciao, il marchio Pavesi e proprietà immobiliari.

Tutto per 740 miliardi. Rivenderanno i supermercati al gruppo francese Carrefour – di fatto aprendo le porte dell’ Italia alla grande distribuzione d’ Oltralpe per 5.000 miliardi di lire.

Secondo due procure, Perugia e Salerno, ai Benetton alla fine sono rimasti in tasca poco meno di 5.000 miliardi di lire e la rete Autogrill. Ma lo scandalo vero è la privatizzazione della Cdb (Cirio-Bertolli-De Rica).

Prodi la mette a bando per un valore di 380 miliardi, la metà di quello stimato dagli advisor.

Si fa avanti subito la Granarolo (Legacoop), ma Prodi sa già a chi vuole vendere. Il Pci cerca d’ impallinarlo ma lui resiste: i pomodori sono per Cragnotti, il latte per Tanzi, ma serve un intermediario per non farla troppo sporca.

Compare così Carlo Saverio Lamiranda di Acerenza, pupillo di Ciriaco De Mita. La sua cooperativa Fisvi raggruppa produttori di pomodori e ha un capitale sociale di 50 milioni di lire. Eppure Prodi prosegue con Lamiranda, che si fa dare da Cesare Geronzi una fideiussione da 50 miliardi.

Prodi assegna alla Fisvi le quote e prima che la finanziaria delle coop agricole lucane abbia pagato una sola lira Lamiranda gira la Bertolli (il più prestigioso marchio di olio d’ Italia) alla Unilever per 253 miliardi. Unilever, di cui Prodi è stato consulente fino a poco prima di tornare all’ Iri, rivenderà poi agli spagnoli guadagnandoci un centinaio di miliardi.

Con i soldi di Bertolli, Lamiranda paga la prima tranche all’ Iri, poi costituisce con Cragnotti la Sagrit girandogli la Cirio. L’ affare viene fatto, presente Prodi, nell’ ufficio di Cesare Geronzi, che di fatto presta a Cragnotti, via Lamiranda, i soldi per comprare la Cirio e il latte. Cragnotti poi girerà a Parmalat il latte, realizzando una plusvalenza fittizia che è alla base del crac di Cirio e Parmalat.

Lamiranda resta con pochi spiccioli, ma soprattutto finirà processato: il classico pesce piccolo che paga per tutti. Il 24 febbraio del 1996 Prodi riceve un mandato di comparizione dal pm romano Giuseppe Geremia per abuso d’ ufficio.

Geremia a novembre chiederà il rinvio a giudizio, ma di quel procedimento si sono perse le tracce. Come nessuno ha mai indagato su quanto denunciato dal Telegraph. Secondo il quotidiano britannico nel 1994 Unilever fece un bonifico di 4 miliardi alla società di studi economici Asa di Romano Prodi e della moglie Flavia, via Goldman Sachs. Perché? A nessuno è interessato saperlo.

Come a nessuno è interessato sapere che dalla privatizzazione a spezzatino inventata da Nobili lo Stato incassò più di 2.000 miliardi: dieci anni prima Prodi voleva dare la Sme a De Benedetti per una cifra quattro volte inferiore.

Ma soprattutto a nessuno interessa che, smembrata la Sme, la grande distribuzione oggi non è più italiana: la Parmalat è di Lactalis e la Bertolli è degli spagnoli. E tutti lucrano sui nostri agricoltori. Ha ragione Cristina: «Hanno svenduto il futuro in cambio di che cosa?».

“RASSEGNATEVI, SIETE COME DEI MORTI” Mentana mai così duro: così seppellisce PD, Boldrini e tutta la feccia buonista





“Aria nuova, gente nuova, ma soprattutto idee nuove”. Enrico Mentana scuote la sinistra facendo un’analisi della situazione in Europa. “In tutte le fasi di crisi rispunta perentoria la ricetta: ‘La sinistra torni a fare la sinistra!’, come quando si va a cercare un vecchio vestito perché si dice che possa tornare di moda” scrive il direttore del TgLa7 in un post su Facebook. “Senza pensare che un adulto non può tornare bambino – rileva – nell’illusione di poter guardare il mondo con occhi più innocenti”.

Per Mentana “se la sinistra di governo è stata punita contemporaneamente in tutta Europa in modo tanto brutale la diagnosi è chiara: quel modello di partito e quel riformismo di governo non funzionano, non bastano, e quei gruppi dirigenti ne visualizzano la disfatta. Ogni palliativo, ogni maquillage, ogni ritorno al passato lascia il tempo che trova”. Dunque, conclude, “ci vuole aria nuova, gente nuova, ma soprattutto idee nuove, e non per concorso”.

GENOVA, BENETTON SAPEVANO TUTTO DA MESI! IL DOCUMENTO CHE LI INCHIODA E’ INEQUIVOCABILE: l’allucinante scoop dell’Espresso parla chiaro. Ecco i documenti pubblicati dal settimanale





“PONTE MORANDI NON È SICURO” – L’ESPRESSO ANTICIPA UNA LETTERA DATATA 28 FEBBRAIO 2018 CHE ACCUSA AUTOSTRADE E MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE – IL DIRETTORE DELLE MANUTENZIONI: “FATE PRESTO, È NECESSARIO



INCREMENTARE LA SICUREZZA” – LO SCENARIO ORA CAMBIA COMPLETAMENTE: FINORA SI SAPEVA CHE GLI UFFICI COINVOLTI FOSSERO AL CORRENTE SOLTANTO DEL DEGRADO DELLA STRUTTURA. MA NESSUN DOCUMENTO DIMOSTRAVA CHE INGEGNERI E FUNZIONARI FOSSERO CONSAPEVOLI DEL PERICOLO, CHE OGNI GIORNO E OGNI NOTTE MIGLIAIA DI AUTOMOBILISTI STAVANO CORRENDO

di Fabrizio Gatti per L’Espresso

Lo scenario del crollo del ponte Morandi ora cambia completamente. Dal 28 febbraio 2018 la Direzione generale per la vigilanza del ministero delle Infrastrutture, il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova e la Direzione maintenance e investimenti esercizio della società Autostrade per l’Italia sapevano che il viadotto aveva problemi di sicurezza.

L’Espresso ha scoperto una lettera firmata dal direttore della manutenzione, Michele Donferri Mitelli, che mette in guardia il ministero delle Infrastrutture sui rischi per il ritardo nell’approvazione del progetto esecutivo di rinforzo del ponte.

Non si sa chi abbia ricevuto l’avviso, poiché come destinatario è indicato soltanto l’ufficio. È noto comunque che la Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali è diretta da Vincenzo Cinelli, nominato il 14 agosto 2017 su proposta del ministro Graziano Delrio e confermato dall’attuale ministro Danilo Toninelli.

Mentre il capo del Provveditorato di Genova è l’architetto Roberto Ferrazza, lo stesso scelto da Toninelli come presidente della commissione d’inchiesta del ministero. E rimosso nel giro di una settimana, dopo che L’Espresso aveva scoperto che Ferrazza aveva dato parere favorevole al piano di Autostrade , senza prescrivere misure per garantire la sicurezza.


Finora si sapeva che gli uffici coinvolti fossero al corrente soltanto del degrado della struttura , a cominciare dai tiranti consumati dalla corrosione del venti per cento. Ma nessun documento dimostrava che ingegneri e funzionari fossero consapevoli del pericolo, che ogni giorno e ogni notte decine di migliaia di automobilisti e camionisti stavano correndo.

La lettera di allarme del direttore di Autostrade è la seconda di cinque scritte al ministero tra il 6 febbraio e il 13 aprile 2018. In quella del 28 febbraio, protocollata dalla società con il numero 5003, il manager è esplicito. «Si fa riferimento a quanto in oggetto», scrive Michele Donferri Mitelli, «alla nostra precedente corrispondenza e alle interlocuzioni intervenute presso il Comitato tecnico amministrativo del Provveditorato alla presenza del vostro funzionario Uit Genova nella seduta del 1.2.2018». Quella del primo febbraio è la riunione presieduta dal provveditore Ferrazza, alla presenza del rappresentante genovese della Direzione generale per la vigilanza, l’ingegner Carmine Testa, capo del Uit, l’Ufficio ispettivo territoriale.


«Al riguardo», continua il direttore di Autostrade, «dal momento che non abbiamo più avuto evidenza se siano necessari ulteriori approfondimenti e/o elementi integrativi Vi significhiamo… di restare a Vostra disposizione qualora siano necessari chiarimenti e integrazioni in relazione agli aspetti tecnico-economici del progetto rappresentando, ancora una volta, l’urgenza che riveste la conclusione dell’iter approvativo dell’intervento».

«Vista l’importanza strategica dell’opera e la natura dell’intervento», aggiunge Donferri Mitelli, tenuto conto che il completamento delle procedure di affidamento può essere stimato in 13-15 mesi, «si ritiene, in considerazione del protrarsi dei tempi di approvazione, che l’intervento non possa essere in esecuzione prima del secondo semestre 2019 o inizio 2020. Tale circostanza comporterebbe una serie di ripercussioni sia per la pianificazione economica che», e proprio qui viene lanciato l’allarme, «per l’incremento di sicurezza necessario sul viadotto Polcevera. Per quanto sopra, Vi preghiamo di portare avanti l’iter autorizzativo quanto prima».

Il direttore della manutenzione di Autostrade il 28 febbraio 2018 è dunque consapevole che bisogna fare in fretta perché, per il ponte Morandi sul torrente Polcevera, è necessario un incremento di sicurezza: che evidentemente manca. E non bisogna più perdere tempo. Ma nessuno si attiva per proteggere il viadotto e quanti continuano a passarci sopra, con prescrizioni come la limitazione del traffico pesante e la riduzione delle corsie di marcia.

L’autorizzazione al progetto da parte della Direzione per la vigilanza che Michele Donferri Mitelli sollecita arriverà soltanto a giugno. Il viadotto crolla il 14 agosto uccidendo 43 persone e provocando lo sgombero di un intero quartiere. Ma già in febbraio sono evidentemente preoccupati nella società Autostrade per l’Italia, ora accusata dal governo di aver lasciato per anni deperire la struttura oltre il punto di non ritorno. Fino a ottobre 2017 non avrebbero fatto abbastanza, a parte l’ordinaria manutenzione.

Tra il 9 e il 13 ottobre il Politecnico di Milano, con uno studio commissionato dalla concessionaria, segnala che nel pilone 9 ci sono anomalie che vanno approfondite. Il progetto esecutivo per il potenziamento dei tiranti viene revisionato. Quindi tra il 30 ottobre e il 3 novembre la società lo invia alla Direzione per la vigilanza sulle concessionarie. E lì al ministero, l’ufficio di Cinelli il 5 dicembre lo gira al Provveditorato di Genova per il parere obbligatorio. Il comitato tecnico amministrativo del Provveditorato si riunisce il primo febbraio. Il progetto torna alla direzione generale di Cinelli e sparisce fino a metà giugno. Due mesi dopo proprio il pilone 9 si sbriciola.

Vincenzo Cinelli risponde direttamente al capodipartimento delle Infrastrutture e, al di sopra, al capo di gabinetto del ministro. Tanto che oggi tre componenti del suo ufficio di vigilanza, che non sembra aver vigilato abbastanza, compongono la commissione d’inchiesta nominata da Toninelli. Un cortocircuito che al nuovo governo continua a sfuggire.

Sono le carte a dirci ora che il ponte Morandi da mesi non garantiva la sicurezza, al punto da rendere necessario un urgente incremento. L’inchiesta della Procura si arricchisce così di molti testimoni: i tecnici della società che soltanto da ottobre 2017 si preoccupa di intervenire sulla stabilità del viadotto, il direttore delle manutenzioni Donferri Mitelli che lancia l’allarme già a febbraio 2018, il direttore generale del ministero Cinelli, il provveditore Ferrazza, l’ispettore territoriale Testa, i membri con diritto di voto nel comitato tecnico amministrativo del Provveditorato di Genova. Giorno dopo giorno, l’elenco si allunga.

GENOVA, LA BOMBA DELL’ILLUSTRE PROGETTISTA: DA COME E’ ANDATA E’ FACILE CHE SIA STATO UN ATTENTATO: qui non c’entrano i complottisti, chi parla è uno dei docenti universitari più illustri



Giovanni Viafora per https://corrieredelveneto.corriere.it/



Il ponte Morandi? È stato fatto saltare per aria, con delle cariche esplosive piazzate ad hoc. Un attentato, quindi. Sì, avete letto bene: un attentato. Ora se la tesi fosse proposta da uno dei tanti siti complottari che infestano la rete ci si potrebbe pure ridere su (o piangere, dipendere dai punti di vista). Ma si dà il caso che qui la vicenda sia molto più complessa. E, diciamo pure, sconcertante.

L’ingegnere padovano

Mettiamo in fila i fatti. A lanciare la clamorosa supposizione è stato martedì sera il professor Enzo Siviero, 73enne ingegnere padovano, per anni docente allo Iuav di Venezia, che non è solo uno dei massimi esperti al mondo di ponti (è colui che ha collaudato «Calatrava» a Venezia; oltre ad aver scritto libri, realizzato centinaia di progetti e aver preso una laurea ad honorem in Architettura a Bari); ma è soprattutto colui che, all’indomani della tragedia di Genova costata la vita a 43 persone, aveva ricevuto da «Spea Engineering», società di progettazione e manutenzione del gruppo «Autostrade per l’Italia», un incarico di consulenza per studiare proprio le cause del crollo. O almeno questo è quello che lui aveva dichiarato una settimana fa e che avevano scritto i giornali, senza ricevere smentite.

La tesi in diretta tv

Ebbene, martedì sera durante il telegiornale di Reteveneta, Siviero — presentato nel servizio appunto come «consulente di Spea» — se n’è uscito con queste dichiarazioni: «Un attentato? Stanno circolando dei video e da questo punto di vista io non mi sento in questa fase di escluderlo. Anzi, è un’ipotesi che sto esplorando io stesso. La dinamica è compatibile». Di fronte all’incredulità del giornalista, il professore ha quindi dettagliato: «Il ponte Morandi è molto pulito, ha degli elementi, mancando i quali non tiene più. Se sono state messe delle microcariche di un certo tipo in pochi secondi salta. Al momento è un’ipotesi che valuto sopra al 50 percento. Ci sono dei lampi, c’è un crollo verticale, insomma ci sono molti elementi».

Ma chi sarebbe stato allora, gli veniva chiesto? «Autostrade è diventato il leader mondiale delle autostrade — affermava Siviero — ci sono altri soggetti che potrebbero essere interessati a prendere in mano le situazioni, non ci dimentichiamo che fine a fatto Mattei». Di fronte a simili dichiarazioni — e con il video dell’intervista a Reteveneta che già circolava sui social network — ieri abbiamo dunque chiamato il professore.

«Confermo tutto»

«Confermo tutto — ci ha detto —. Io sono una persona libera. Ripeto che c’è una fortissima probabilità, superiore al cinquanta per cento, che si tratti di attentato. E penso che nel giro di 4-5 giorni sarò in grado di supportare tale ipotesi non solo attraverso la mera sensazione, ma anche con i numeri.

E se la procura mi chiederà, riferirò le mie conclusioni». Siviero, tuttavia, ha voluto precisare con nettezza un dettaglio: «Voglio che sia chiaro che queste considerazioni le faccio a titolo esclusivamente personale — ha sottolineato — esulando dal compito che mi ha assegnato Spea. Loro mi hanno chiesto di controllare, cosa che sto già facendo, che tutto quello che è stato fatto nel passato dal punto di vista della manutenzione e delle indagini sul ponte Morandi sia corretto e che non ci siano buchi che possano giustificare eventuali negligenze. Non mi hanno chiesto altro, sono io che sono curioso e mi sono spinto avanti».

«Spea» prende le distanze

Ed è qui il punto. «Spea», società al cento percento di «Autostrade per l’Italia» — e quindi Benetton — era al corrente di queste valutazioni? «Non gliene ho ancora parlato», ha ammesso Siviero. E infatti da «Spea» cadevano dalle nuvole. «Non è la nostra posizione, non ne sappiamo nulla», ci facevano sapere. E per altro la società prima confermava l’esistenza del rapporto di consulenza con Siviero; poi, però, dopo alcune verifiche, faceva sapere che a colloqui iniziali non era seguito alcun incarico formale. Già, ma ora cosa accadrà?

GUARDA IL VIDEO:

Squallido episodio ai danni del Ministro Lezzi: Ecco che gli hanno fatto




M5S: «Un Assessore sostiene che il Ministro Lezzi fosse da prendere ‘a schiaffoni’»



“‘La violenza è una mancanza di vocabolario’. Non si accettano lezioni di rispetto delle Istituzioni dalla Giunta Emiliano: un Assessore sostiene che il Ministro Barbara Lezzi fosse da prendere ‘a schiaffoni'”.

Lo scrive su Facebook Antonella Laricchia, capogruppo del M5S Puglia.

L’esponente 5Stelle denuncia che “a voler prendere ‘a schiaffoni’ il Ministro Barbara Lezzi è proprio l’Assessore Regionale pugliese ai Lavori Pubblici”.

E aggiunge: “Si chiama Giovanni Giannini e lui ed Emiliano vorrebbero dare lezioni di rispetto delle Istituzioni a Barbara Lezzi, colpevole a loro avviso di avere improvvisamente abbandonato una conferenza stampa che si teneva proprio con Emiliano e Giannini”.

“Ma questo fuori onda” prosegue Laricchia “chiarisce perfettamente che il vero disagio della Giunta Emiliano era la schiettezza e la verità delle parole di Barbara Lezzi, che bollavano le AZIONI DI EMILIANO per quelle che sono realmente: PAGLIACCIATE ALLA DISPERATA (e inefficace) RICERCA DI CONSENSO e niente più, INUTILI se non proprio CONTROPRODUCENTI PER GLI INTERESSIN DEI PUGLIESI”.

“CHI ESIBISCE INTENZIONI VIOLENTE e poi addirittura, nella realtà dei fatti, rimane silente e con gli occhi bassi,” conclude la consigliera pentastellata “NON HA A CUORE IL RISPETTO DELLE ISTITUZIONI, come in un primo momento si sono affannati a farci credere. Semplicemente, l’incoerenza e la vergogna di appartenere a un partito così dannoso per gli Italiani spegne ogni parola e argomentazione a difesa di un sistema di potere, che stiamo demolendo per costituirne uno finalmente democratico ed efficiente e rimediare ai guai che hanno combinato”.

Il fuorionda in questione è stato pubblicato da Borderline 24.

Il ministro del Sud Barbara Lezzi ha replicato a Giannini così: “Non commento; non intendo scendere allo stesso livello”

Guarda il video:


LA BOMBA DEI 5 STELLE SULLA VECCHIA POLITICA: ECCO COSA VOGLIONO FARE




Sardegna, Puddu (M5S): ‘Aboliremo i vitalizi degli ex consiglieri regionali’



“Aboliremo i vitalizi degli ex consiglieri regionali per garantire i diritti ai sardi”.

Così su Facebook Mario Puddu, candidato presidente del M5S per le elezioni regionali in Sardegna, che si terranno a febbraio 2019.

“Il primo diritto da garantire ai cittadini” scrive Puddu “è quello alla salute e all’accesso alle cure. Questo diritto in Sardegna è puntualmente disatteso”.

“I tagli indiscriminati che stanno facendo scomparire i punti nascita e i laboratori per le analisi da tante zone della Sardegna sono solo alcuni degli esempi – continua l’ex sindaco di Assemini – L’ultimo scandalo è quello della sospensione della fornitura dei sensori sottocutanei che consentono di avere un monitoraggio costante del livello glicemico e sono essenziali per garantire una qualità della vita dignitosa ai diabetici sardi”.

Puddu spiega che questo non è un problema marginale, in quanto “in Sardegna l’incidenza tra la popolazione di diabete di tipo 1 è fino a cinque volte maggiore rispetto alle altre regioni italiane”.

Il candidato governatore dei 5Stelle ricorda che l’attuale amministrazione regionale sarda guidata da Francesco Pigliaru “in questi anni ha accentrato i servizi creando una Asl unica, per poi lasciare i territori scoperti anche dei servizi più elementari”.

Per questo motivo – prosegue il post di Puddu – la “politica dei tagli indiscriminati non funziona e deve essere dimenticata”.

“Se avessero voluto davvero risparmiare dei soldi senza danneggiare i cittadini – afferma – avrebbero dovuto tagliare i privilegi dei consiglieri regionali e soprattutto i vitalizi degli ex consiglieri per i quali spendiamo circa 18 milioni di euro all’anno: questo è il vero spreco da eliminare, non certo i punti nascita o i laboratori di analisi”.

Poi l’annuncio: “Se sarò eletto presidente della Regione sarà l’abolizione dei vitalizi degli ex consiglieri regionali”.

Il Movimento 5 Stelle – conclude Puddu – lo ha “fatto alla Camera e lo possiamo fare anche in Sardegna. I soldi risparmiati grazie all’eliminazione dei privilegi li useremo per garantire ai cittadini i loro diritti, a partire da quello alla salute”.

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Sono tanti i quesiti che ruotano attorno alla inchiesta aperta contro Matteo Salvini.



Il ministro dell’Interno è finito nel mirino della procura di Agrigento dopo i noti fatti della nave Diciotti. Ieri un faldone di 50 pagine è stato inviato alla procura di Palermo, che ha 15 giorni per leggere gli atti e poi trasmettere il tutto al tribunale dei Ministri. Che in 90 giorni deciderà se chiedere l’archiviazione o se indagare il leader della Lega. Lui, intanto, è tranquillo. E deciso a farsi processare, se necessario.

Il fatto è che la procura di Palermo, secondo quanto emerge in queste ore, non sarebbe disposta a fare da passacarte. È vero che il procuratore Capo di Agrigento ha redatto una informativa dettagliata e ha già messo sul piatto i cinque capi di imputazione e le otto ipotesi di abuso di ufficio. Ma la procura gudata da Franco Lo Voi avrebbe qualche dubbio. Ed ecco che i due uffici sembrano divisi sul da farsi.

Secondo quanto scrive Il Fatto Quotidiano, infatti, “sembra che non tutti i reati contestati dall’ufficio del pm agrigentino siano condivisi da quello palermitano”. Quello più in dubbio sarebbe l’ipotesi di arresto illegale, visto che – in effetti – non c’è stato alcun arresto vero e proprio. Anche l’ex pm Nordio lo aveva detto nel suo commento in cui smontava punto per punto le accuse di Luigi Patronaggio contro il leghista.

Secondo il Corriere, inoltre, gli uffici di Lo Voi avrebbero qualche dubbio pure sulla competenza. “L’intenzione della Procura di Palermo – scrive il quotidiano di via Solferino – non è quella di fare da passacarte e limitarsi a trasmettere al Tribunale dei ministri. Si analizzeranno alcuni aspetti precisi. A partire dalla competenza territoriale dell’ indagine che, sebbene l’ input di Salvini sia partito da Roma, si incardinerebbe dove è avvenuto il reato più grave: il sequestro dei migranti”. Ed è qui che potrebbe cascare l’asino. È vero che la Diciotti è stata per qualche ora in rada di fronte al porto di Lampedusa (dunque sotto l’autorità della procura di Agrigento), ma poi si è diretta a Catania. Ed è qui che Salvini non ha autorizzato lo sbarco. “E in quel punto – spiega il Corriere – la competenza spetterebbe a Catania“.

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