domenica 3 settembre 2017
Vitalizi, la casta festeggia! Nel palazzo è arrivata una vocina: cosa si “sono inventati” per evitarne l’eliminazione
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Luigi Bisignani è uno storico giornalista dell’Ansa da sempre ben informato su quanto accade nel Palazzo. In questo articolo pubblicato oggi, che riportiamo integralmente, ci preannuncia l’ennesimo “colpo gobbo” della casta.
Scommettiamo che andrà a finire come dice lui?
Luigi Bisignani a il Tempo
I vitalizi agli ex parlamentari resisteranno all’assalto grillino e dei media. Nel telefono senza fili che corre tra i palazzi del potere, la Corte Costituzionale ha già fatto sapere, riservatamente, alle più alte cariche dello Stato che la legge per l’abolizione dei vitalizi ha dei profili di incostituzionalità.
E, qualora il Parlamento volesse intervenire in materia, fa osservare che la via percorribile è rappresentata solo dalla cosiddetta «autodichia», la prerogativa di cui dispongono le Camere di poter decidere autonomamente sullo stato giuridico ed economico dei propri componenti e dipendenti.
Così, almeno per gli ex parlamentari, non si entrerebbe in contrasto con la disciplina generale delle pensioni, considerato che interventi retroattivi di tale portata, legge Fornero per tutte, crearono un gran caos.
Inoltre, l’applicazione a livello nazionale potrebbe costituire anche un precedente per il ricalcolo, con il metodo contributivo, di tutte le pensioni oggi in essere con il metodo retributivo o misto,di fatto dimezzandole e rischiando di provocare una vera e propria «macelleria sociale».
È bastato che l’ultimo vecchio comunista, Ugo Sposetti, lanciasse l’allarme contro questa legge, portata avanti con ostinazione dal segretario del Pd Matteo Renzi per inseguire sul loro terreno i grillini, perché il Palazzo cominciasse a capire che con l’abolizione dei vitalizi, in aggiunta alla fine del finanziamento pubblico dei partiti, la politica soccombe definitivamente a «La Casta».
A tirare un sospiro di sollievo è ora il mite conte Gentiloni perché sa che in Senato allungheranno i tempi per non fare più nulla. Onore al compagno Sposetti, che ha dato dignità a questo Parlamento di nominati, sperando che nel prossimo arrivino rappresentanti scelti sul serio dai cittadini.
sabato 2 settembre 2017
BOMBA CLAMOROSA! BECCATA NAVE OGM: GUARDATE COSA FACEVA COI MIGRANTI E GLI SCAFISTI.
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E’ il racconto di un soccorso datato 10 settembre 2016 fatto ai magistrati della Procura di Trapani da un membro di “Save The Children”, altra organizzazione non governativa. I magistrati indagano su altri due episodi avvenuti il 18 giugno. “Non appoggeremo le indagini, non daremo fotografie”, dicono, intercettati, i componenti dell’equipaggio di Jugend Rettet
L’inchiesta della Procura di Trapani che oggi ha portato al sequestro della nave Iuventa della ong tedesca Jugend Rettetnasce a marzo di quest’anno dalle dichiarazioni di due operatori della Vos Hestia, imbarcazione di un’altra organizzazione non governativa, Save The Children. I due operatori, sentiti dai magistrati, hanno segnalato alcune anomalie che sarebbero accadute nel 2016 nella fase iniziale del soccorso in mare dei migranti. La Iuventa, a dire dei due, si avvicinerebbe troppo alle coste “fornendo supporto logistico agli scafisti”.
“Durante un soccorso datato 10 settembre 2016 – ha spiegato uno dei due operatori ai pm – abbiamo notato che durante un trasbordo dalla Iuventa alla nostra nave di 140 migranti soccorsi da quella imbarcazione, si allontanava un gommone dirigendosi verso le coste libiche con a bordo solo due uomini di colore. Questa circostanza ci faceva ritenere che l’equipaggio della Iuventaavesse trasbordato i 140 migranti dal gommone che prima del nostro arrivo faceva rientro sulla costa con a bordo gli scafisti”. Della circostanza venne informato l’Aise. Stessa cosa sarebbe accaduta il 14 febbraio 2016. Il secondo operatore della ong ha raccontato ai magistrati che durante le operazioni di soccorso “un legno di sei metri, con due persone di colore a bordo, si sarebbe allontanato dalla Iuventa verso le coste libiche a forte velocità”.
L’operatore di Save the Children: “Personale della Iuventa restituiva i gommoni agli scafisti” – “La più temeraria era sicuramente la Iuventa che, da quello che ho potuto vedere sul radar, avendo io accesso al ponte, arrivava anche a 13 miglia dalle coste libiche, circostanza anche pericolosa. La Iuventa, che è un’ imbarcazione piccola e vetusta, fungeva da ‘piattaforma’ ed era sempre necessario l’intervento di una nave più grande sulla quale trasbordare i migranti soccorsi dal piccolo natante…”. E’ il racconto delle presunte irregolarità nelle operazioni di soccorso commesse dalla Iuventa fatto ai pm da un operatore di Save the Children. “La stranezza la vedevamo nel fatto che il personale della Iuventa, dopo aver fatto salire i migranti a bordo – prosegue il racconto – restituiva i gommoni ad altri soggetti che stazionavano nella zona dei soccorsi a bordo di piccole imbarcazioni di vetroresina o legno. Voglio sottolineare che, normalmente, non si restituiscono i gommoni ma questi devono essere tagliati e affondati dopo aver prelevato i migranti, per evitare che vengano riutilizzati dai trafficanti”.
La Procura indaga su altri due episodi – Ci sono altri due episodi al centro delle attenzioni della Procura. Il primo risale al 18 giugno scorso ed è avvenuto in in acque internazionali: componenti dell’equipaggio della stessa Iuventa – scrive il gip – “dopo aver partecipato alle operazioni di soccorso dei migranti provenienti delle acque territoriali libiche a bordo di tre imbarcazioni, riconsegnavano, dopo averle legate tra loro, le suddette imbarcazioni ai trafficanti libici“. Una delle tre imbarcazioni – contrassegnata con le lettere “KK” – “veniva poi riutilizzata in un altro fenomeno migratorio” otto giorni dopo, il 26 giugno.
Sempre il 18 giugno scorso, poche ore più tardi, infine, il terzo episodio all’attenzione dei magistrati trapanesi: componenti dell’equipaggio della motonave Iuventa – scrive il gip nel provvedimento di sequestro, “dapprima si incontravano in acque internazionali con trafficanti libici a bordo delle rispettive imbarcazioni, quindi facevano momentaneo ritorno presso la motonave Iuventa (mentre i trafficanti libici si dirigevano nuovamente verso le acque libiche), e, da ultimo, si incontravano nuovamente con i trafficanti libici che questa volta scortavano un’imbarcazione con a bordo dei migranti che venivano poi trasbordati sulla motonave Iuventa“. Al termine delle operazioni, “i trafficanti – conclude il giudice – prelevavano dall’imbarcazione utilizzata dai migranti il motore e facevano ritorno in acque libiche”.
“Non aiutiamo i magistrati, non diamo fotografie” – “Allora noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c’è motivo, a questo non non contribuiamo”. Lo dicono, intercettati, alcuni membri dell’equipaggio della nave sequestrata. Al momento, ha spiegato il procuratore di Trapani Ambrogio Cartosio, i volontari della ong non sono indagati e l’idea degli inquirenti è che agissero per scopi umanitari.
Non sapendo di essere intercettati i membri dell’equipaggio della Iuventa dicevano che non intendevano dare alle autorità italiane “fotografie generali” dei salvataggi in mare e che volevano prepararsi per sapere “quello che si può e non si può fare” con esperti “di diritto marittimo, penale e internazionale”, da cui prendere anche un “feedback su quello che possiamo dire alle autorità”. Il personale della ong, poi, si lascia andare a considerazioni sulle operazioni di salvataggio: “Se oggi affondi una o due barche – dicono – domani non arrivano più”. “Non capisco la questione di dover appoggiare le indagini – prosegue uno di loro – questo non è (il nostro) compito, non ha a che fare con il salvataggio in mare e se tu fai delle foto e le metti a disposizione allora appoggi questo”.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/02/nave-sequestrata-alla-ong-testimone-dopo-un-salvataggio-operatori-della-iuventa-ridiedero-gommone-agli-scafisti/3772378/
Il deputato 5 Stelle dà una sonora lezione a Renzi e al PD. Guardate cosa ha fatto poco fa..
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Riportiamo di seguito il post a firma di Luigi Di Maio pubblicato sul Blog di Beppe Grillo:
“L’ipocrisia di Matteo Renzi non ha eguali. Oggi dice che bisogna usare il “pugno di ferro” contro le Ong che hanno contatti con gli scafisti, peccato però che quando sollevai io il tema in aprile si mise a
sparare a zero sul MoVimento 5 Stelle e sulla mia persona. “Faccia di bronzo”, altro che “pugno di ferro”. Prima mi attaccava, oggi fa il pappagallo e ripete principi che noi abbiamo già messo nero su bianco in una proposta di legge a prima firma Alfonso Bonafede. Invece di rilasciare interviste qua e là si chiami il suo partito e gli chieda di portare in aula la nostra proposta di legge, che prevede di attribuire alle unità nel Mediterraneo i poteri dell’autorità giudiziaria. Solo in questo modo riusciremo a supportare il lavoro delle Procure che stanno lavorando.
Poi un’altra considerazione, visto che Renzi ha anche bollato come una “bufala pazzesca” quel che invece è ormai una verità appurata (e confermata anche da ex ministri del Pd come la Bonino e Mauro), ovvero che è stato lui, nel 2014, a stringere un accordo con Bruxelles per far approdare tutti i migranti del Mediterraneo in Italia. Dà la colpa agli altri Stati membri che non stanno facendo la propria parte. Ma fatemi capire: Renzi il patto con Bruxelles l’ha stretto sulla fiducia? Senza sapere o immaginare che poi gli altri Paesi Ue ci avrebbero voltato le spalle appellandosi a Dublino? E ci voleva tanto a prevederlo?
Il punto è che Renzi altro non sa fare che dare la colpa agli altri, su ogni cosa. Vede gufi ovunque, fin da quando è salito a Palazzo Chigi. E’ una vera e propria ossessione la sua, come quella che prova verso il MoVimento 5 Stelle! La smetta di pensare ai fantasmi e porti la nostra proposta in Aula!”
TREMENDA DENUNCIA DI VIRGINIA RAGGI, ” Vi dico chi c’è dietro..”
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“Vi abbiamo chiamati qui per denunciare quello che sembrerebbe un attacco coordinato ai mezzi del servizio giardini, dal 19 aprile sono ben otto. Sono iniziati con l’avvio della bella stagione, la primavera, quando l’erba cresce e quando è necessario che il servizio giardini si attivi per rendere
fruibile il verde. Sono state fatte delle denunce spot, ora il comune presenterà un esposto alla procura, perché sembra che dietro questi episodi ci sia una regia”. Lo ha detto la sindaca di Roma, Virginia Raggi, durante una conferenza stampa nella sede del servizio giardini di Villa Lazzaroni.
Danni da 30mila euro. In meno di un mese sono otto gli episodi di aggressione e vandalismo alle sedi e ai mezzi del servizio giardini di Roma conteggiati dal Comune di Roma. Nel complesso i danni economici prodotti sono “contenuti”, si legge in una relazione del dipartimento Tutela Ambientale: le prime stime si aggirano intorno ai 30 mila euro circa, tuttavia si tratta di danneggiamenti che stanno rendendo inservibile i mezzi speciali del servizio. Le due aree che hanno maggiormente risentito di tali danneggiamenti sono villa Borghese, nel municipio II, e villa Lazzaroni nel VII municipio.
Nella relazione sono annotati otto episodi, dal picconamento del container utilizzato dal personale che opera per il Centro emergenza Verde il 19 aprile all’ultima rottura dei parabrezza di due camioncini e di un lucchetto a Villa Lazzaroni. (FONTE: Huffingtonpost.it)
Reddito di inclusione, ‘importi vergognosi e destinatari insufficienti’
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Di Elisabetta Ambrosi (ilFattoQuotidiano)
La mancanza di misure antipovertà in un paese europeo come l’Italia che rappresenta la settima potenza industriale al mondo, è una vergogna talmente grande che la politica, i sindacati, tutta la società civile non dovrebbero parlare d’altro. Esistono nel nostro paese milioni di cittadini (tra cui
moltissimi nuclei famigliari) che non hanno alcun reddito e che, lavoro nero a parte, ma si tratta solo di alcuni – vivono di espedienti, nella precarietà e miseria più assolute. Tra di loro ci sono cittadini che poveri sono diventati per un accidente della vita – perdita del lavoro, una malattia invalidante come un tumore – e che quando si trovano improvvisamente senza reddito, magari dopo una vita normale e dignitosa, non trovano uno Stato che li aiuta, ma il nulla assoluto. Per tutto questo la decisione del governo di introdurre un reddito di inclusione per ridurre la scandalosa quantità di poveri nel nostro Paese – e quindi di minori poveri, scandalo nello scandalo – è certamente benvenuta, anche perché prevede un percorso di inserimento del mondo lavorativo, dunque non solo una semplice “mancia”. Purtroppo, però, come spesso accade, l’annuncio roboante “di una nuova stagione del nostro welfare” (Patriarca del Pd) è falso. Perché, per dirla in sintesi con le parole dell’Unione dei consumatori, “gli importi sono vergognosi e la platea è insufficiente”.
Anzitutto una premessa. Chi plaude alla nuova misura con articoli o comunicati di elogio dimentica, come ha scritto in maniera eloquente Luciano Cerasa su Il Fatto quotidiano del 30 agosto, che per una misura introdotta ce ne sono due cancellate: la carta Sia (Sostegno all’inclusione attiva) e la carta Asdi (Assegno sociale di disoccupazione). La prima è entrata in vigore nell’aprile 2017 e morta praticamente subito. La seconda era una misura specifica per i lavoratori disoccupati beneficiari in passato dell’indennità mensile di disoccupazione (NASpl), anch’essa eliminata. Non c’è dubbio allora che il titolo dell’articolo di Cerasa, “Il reddito di inclusione prende ai poveri per dare ai poveri”, già ben spiega quanto la misura abbia un carattere farsesco, visto che il governo usa sostanzialmente soldi già messi nel piatto da prima.
Ma soprattutto ciò che non funziona è il contenuto della misura, con la solita ragnatela di vincoli così stretti che si finisce per lasciare fuori gran parte dei bisognosi. Per accedere al Rei, infatti, bisogna avere un reddito Isee non superiore ai 6000 euro – un tetto bassissimo, persino inferiore a quello che individua la povertà assoluta – un patrimonio immobiliare mai sopra i 20.000 euro (esclusa la prima casa), non più di 10.000 euro in banca; non bisogna possedere un’auto sopra i 1300 cc immatricolata nei 12 mesi antecedenti la domanda o una moto sopra i 250 cc, immatricolata nei 3 anni precedenti la richiesta. Occorre la presenza di adulti disoccupati nel nucleo familiare. Quanto agli importi che gli esuberanti articoli non specificano, i tanto sbandierati 584 euro mensili sono riservati a famiglie dai 5 componenti in su – pochissime! – mentre l’assegno parte da 149 euro mensili, soldi che certo non consentono a un singolo o a una coppia di uscire dalla povertà.
Dunque, come spiega con pazienza la sociologa Chiara Saraceno – cui viene assegnato sempre l’ingrato compito di dire la verità qualche pagina dopo rispetto alla notizia della prima pagina – se anche i soldi stanziati raggiungessero i due miliardi mai coprirebbero i 4,5 milioni di poveri assoluti, né tantomeno i 130mila minori al loro interno. La combinazione di soglie Isee e di importi molto bassi, scrive sempre la sociologa, favorisce minori, donne incinte, over 50, disoccupati di lungo periodo, disabili, ma chi è giovane o ha comunque meno di cinquantacinque anni, non è disabile e non vive con nessuna di queste categorie di persone, oppure fruisce del Naspi o ha un’occupazione, difficilmente avrà accesso al sostegno a parità di condizioni economiche, anche se sta messo peggio. Tutto questo rende il Rei scarsamente universalistico, tutt’altra cosa dal reddito di cittadinanza o misure simili, e molto “categoriale”. A maggior ragione appare assurda la norma che stabilisce che il sostegno non possa andare oltre i 18 mesi, col rischio di tagliare le gambe a chi sta cercando faticosamente di uscire dalla povertà.
In conclusione, dunque, certamente questa misura è meglio di niente. Ma quando la vai a vedere da vicino, scopri che sfiorerà una piccola parte di poveri, che comunque non darà loro un reddito sufficiente a sopravvivere dignitosamente e che si tratta assurdamente di una misura che finisce dopo un tot di tempo, anche quando il bisogno, drammaticamente, permane.
MASSIMO GILETTI LANCIA UN SILURO CONTRO RAI E PD, DIFFONFETE
“In una tv pubblica normale un programma che fa 4 milioni non viene chiuso”: Giletti, nuova polemica contro la Rai
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Massimo Giletti è intervenuto questa mattina ai microfoni di ECG, il programma condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio su Radio Cusano Campus, l’emittente dell’Università degli Studi Niccolò Cusano.
Giletti, da qualche settimana passato a La 7, è tornato sul suo addio alla Rai: “La nuova Arena? Sono ancora in una fase di incontri e di decisioni che dobbiamo prendere. La Rai? Non ho più voglia di parlarne, ho già detto che in una Tv pubblica normale un programma che fa 4 milioni non viene chiuso. Poi sono scelte di un Direttore Generale che sarà responsabile di quello che farà e verrà chiamato più in là da qualcuno a dire perchè, la verità. Chi ha deciso sa perché lo ha fatto. Avrà avuto qualcuno che gli ha detto di farlo oppure ha deciso lui, non mi interessa, non ho più voglia di parlare di questa vicenda, di una decisione che non ha senso. Le mie energie sono finalizzate a fare un programma nuovo in una tv in cui sto entrando in punta di piedi, in una tv in cui si fa molta informazione. Non basta avere un canone per essere servizio pubblico, è evidente che c’è qualcosa che non torna. Sono contento di far parte di una televisione in cui si ha rispetto della libertà”.
A proposito di libertà: “Io ho avuto grandi direttori. Leone mi ha difeso come pochi altri hanno fatto nella storia, è stato un grande direttore di rete che mi ha difeso nei momenti duri che ho attraversato. Ho sempre avuto grande libertà, la Rai la considero la mia casa, una casa a cui sono legato da profondo affetto, in cui ho conosciuto persone di valore, in cui ho tanti ricordi belli. Mi ero illuso, forse, che fare 4 milioni di spettatori garantisse una certa libertà anche in questo futuro prossimo, vicino alle elezioni. Evidentemente mi ero sbagliato”.
Sull’Italia di questi giorni: “Questo è un Paese dove ogni tanto qualcuno cerca di far rispettare le regole e passa dalla parte di quelli che fanno soprusi, non essendo più ormai abituati. Sembra che in Italia si abbiano solo diritti e nessun dovere e invece tutti noi siamo parte dello Stato, se ciascuno di noi nel proprio piccolo facesse il proprio dovere le cose andrebbero meglio. Vedere attaccata la Polizia in questi giorni perché ha fatto rispettare la legge mi sembra un cortocircuito dal quale sarà difficile uscire. In Italia servirebbero più personaggi tipo Olivetti, un mecenate di grande lungimiranza. Vedo manager che prendono liquidazioni pazzesche dopo aver diretto un’azienda per un anno o due…Secondo me servirebbero meno manager di questo tipo e più persone come Olivetti”.
Sul mondo dell’informazione: “In un Paese in cui i giornali sono figli di determinati editori, le stesse televisioni sono in mano a più editori e la tv pubblica sembra abbastanza omologata, è la coscienza del giornalista che fa il proprio dovere a fare la differenza. Il racconto dei fatti deve avvenire in modo serio e onesto intellettualmente. Io rispetto alla mia ultima esperienza ho poche speranze in questo senso. E’ faticoso dover fare il proprio lavoro senza piegare la testa o fare favori a qualcuno. Però bisogna provarci, bisogna crederci. Il giornalista è un raccontatore di fatti, non deve mai prendere posizione. Poi i grandi conduttori devono avere la forza di dire quello che pensano su certi argomenti”.
Su Minniti: “Ormai il Paese ha perso le ideologie, destra e sinistra non ci sono più. Minniti mi è sempre piaciuto, lo ritengo un uomo delle Istituzioni, ha lavorato molto, conosce bene la macchina, le persone con cui lavora. Il mio parere su di lui è molto positivo. Poi è chiaro che fa parte di un Governo e spesso magari le sue posizioni devono essere figlie di gestioni multiple e consigli dei ministri. Ho grande stima in Minniti”.
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Massimo Giletti è intervenuto questa mattina ai microfoni di ECG, il programma condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio su Radio Cusano Campus, l’emittente dell’Università degli Studi Niccolò Cusano.
Giletti, da qualche settimana passato a La 7, è tornato sul suo addio alla Rai: “La nuova Arena? Sono ancora in una fase di incontri e di decisioni che dobbiamo prendere. La Rai? Non ho più voglia di parlarne, ho già detto che in una Tv pubblica normale un programma che fa 4 milioni non viene chiuso. Poi sono scelte di un Direttore Generale che sarà responsabile di quello che farà e verrà chiamato più in là da qualcuno a dire perchè, la verità. Chi ha deciso sa perché lo ha fatto. Avrà avuto qualcuno che gli ha detto di farlo oppure ha deciso lui, non mi interessa, non ho più voglia di parlare di questa vicenda, di una decisione che non ha senso. Le mie energie sono finalizzate a fare un programma nuovo in una tv in cui sto entrando in punta di piedi, in una tv in cui si fa molta informazione. Non basta avere un canone per essere servizio pubblico, è evidente che c’è qualcosa che non torna. Sono contento di far parte di una televisione in cui si ha rispetto della libertà”.
A proposito di libertà: “Io ho avuto grandi direttori. Leone mi ha difeso come pochi altri hanno fatto nella storia, è stato un grande direttore di rete che mi ha difeso nei momenti duri che ho attraversato. Ho sempre avuto grande libertà, la Rai la considero la mia casa, una casa a cui sono legato da profondo affetto, in cui ho conosciuto persone di valore, in cui ho tanti ricordi belli. Mi ero illuso, forse, che fare 4 milioni di spettatori garantisse una certa libertà anche in questo futuro prossimo, vicino alle elezioni. Evidentemente mi ero sbagliato”.
Sull’Italia di questi giorni: “Questo è un Paese dove ogni tanto qualcuno cerca di far rispettare le regole e passa dalla parte di quelli che fanno soprusi, non essendo più ormai abituati. Sembra che in Italia si abbiano solo diritti e nessun dovere e invece tutti noi siamo parte dello Stato, se ciascuno di noi nel proprio piccolo facesse il proprio dovere le cose andrebbero meglio. Vedere attaccata la Polizia in questi giorni perché ha fatto rispettare la legge mi sembra un cortocircuito dal quale sarà difficile uscire. In Italia servirebbero più personaggi tipo Olivetti, un mecenate di grande lungimiranza. Vedo manager che prendono liquidazioni pazzesche dopo aver diretto un’azienda per un anno o due…Secondo me servirebbero meno manager di questo tipo e più persone come Olivetti”.
Sul mondo dell’informazione: “In un Paese in cui i giornali sono figli di determinati editori, le stesse televisioni sono in mano a più editori e la tv pubblica sembra abbastanza omologata, è la coscienza del giornalista che fa il proprio dovere a fare la differenza. Il racconto dei fatti deve avvenire in modo serio e onesto intellettualmente. Io rispetto alla mia ultima esperienza ho poche speranze in questo senso. E’ faticoso dover fare il proprio lavoro senza piegare la testa o fare favori a qualcuno. Però bisogna provarci, bisogna crederci. Il giornalista è un raccontatore di fatti, non deve mai prendere posizione. Poi i grandi conduttori devono avere la forza di dire quello che pensano su certi argomenti”.
Su Minniti: “Ormai il Paese ha perso le ideologie, destra e sinistra non ci sono più. Minniti mi è sempre piaciuto, lo ritengo un uomo delle Istituzioni, ha lavorato molto, conosce bene la macchina, le persone con cui lavora. Il mio parere su di lui è molto positivo. Poi è chiaro che fa parte di un Governo e spesso magari le sue posizioni devono essere figlie di gestioni multiple e consigli dei ministri. Ho grande stima in Minniti”.
“Ma quale aumento dell’occupazione”: Paragone smaschera la bufala che il Governo ci propina tramite i Telegiornali
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La notizia di ieri sull’aumento dell’occupazione? Gianluigi Paragone, in questo video, ci spiega perchè sia pura fuffa.
Ascolta e condividi:
Aumento dell'occupazione? Paragone smaschera le... di bigcocomero
venerdì 1 settembre 2017
Rolex in regalo e voti in cambio di formaggio: in questo modo gli uomini di Alfano prendono voti insieme al PD in sicilia
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Sicilia, il Fatto Quotidiano ha provato a fare un elenco dei “bravi ragazzi” che appartengono al partito di Alfano. E’ emerso un “elenco” da brividi: dai Rolex in cambio di un emendamento taglia Iva, a chi è stato riconosciuto colpevole di aver ottenuto lavori gratuiti nella sua villa in cambio di
finanziamenti pubblici. C’è chi non ha nessuna accusa ma in gioventù è finito addirittura immortalato in una fotografia con Matteo Messina Denaro e chi invece è diventato suo malgrado il simbolo del sistema che gestiva il centro per richiedenti asilo più grande d’Europa: il Cara di Mineo.
Robe che scandalizzerebbero chi vive nel terzo mondo, mentre in Sicilia, questo partito che nel resto d’Italia vale zero voti, arriva spesso a superare il 20%.
Gli uomini d’oro – Intanto tra Alternativa popolare e il Partito democratico è riscoppiata la pace. E dire che solo all’inizio dell’estate Matteo Renzi e il suo ex ministro dell’Interno non se le mandavano certo a dire. “Considero conclusa la nostra collaborazione con il Pd”, sentenziava Alfano quando dal Nazareno non sembravano intenzionati a cedere sulla soglia di sbarramento della nuova legge elettorale (peraltro nel frattempo mai nata). Problemi superati, evidentemente, visto che ormai l’accordo tra Renzi e l’ex delfino di Silvio Berlusconi per correre insieme alle regionali di Sicilia sembra cosa fatta. Ma chi sono gli uomini del numero uno della Farnesina? Che sembianze hanno gli Alfaniani di Sicilia, corteggiati in questi mesi dagli ex sodali di Forza Italia e alla fine concupiti dallo stato maggiore dem? E poi: cosa portano in dote di tanto prezioso, se il Pd pur di accaparrarsene il sostegno ha preferito lasciare ai margini gli ex compagni di Mdp e di Sinistra Italiana?
Castiglione, pistacchi e voti – Di sicuro si portano dietro una lista di indagini, inchieste e addirittura condanne non indifferente. Caratteristica che a onor del vero è molto diffusa nei ranghi di Ap. In Sicilia, però, gli Alfaniani sono titolari di una caratteristica molto rara dalle parti del ministro degli Esteri: i voti. Sissignore: mentre nel resto d’Italia il minuscolo partito di Alfano colleziona percentuali risibili, in Sicilia i suoi uomini sono considerati da sempre ras delle preferenze. Non si può certo dire il contrario di uno come Giuseppe Castiglione, genero ed erede del potentissimo Pino Ferrarello, ex senatore berlusconiano, già prescritto per una storia di tangenti dieci anni fa. Originario di Bronte, la città dei pistacchi e del massacro del garibaldino Nino Bixio, in passato Castiglione è riuscito a farsi eleggere al consiglio regionale con quasi 20 mila preferenze: un record. Oggi, invece, il sottosegretario all’Agricoltura è l’uomo che incarna i successi di Alfano sull’isola. Per la precisione a Est dell’isola e cioè a Mineo, la città in provincia di Catania nota soprattutto perché dal 2011 ospita l’omonimo centro per richiedenti asilo. I sondaggi danno il partito di Alfano tra il 3 e il 4% praticamente ovunque? Nessun problema: a Mineo, infatti, l’ex ministro è stato capace di prendere addirittura il 40% dei voti. Il motivo di questo inedito successo lo spiegano i magistrati della procura di Catania nella richiesta di rinvio a giudizio per il luogotenente di Alfano e altre 17 persone, accusate di turbativa d’asta e corruzione elettorale.
Mineo, voti e tessere per Ncd – Si tratta della costola siciliana dell’inchiesta su Mafia capitale nata dalle dichiarazione di Luca Odevaine che ha fatto luce sulla gara d’appalto da 100 milioni per gestiste il centro d’accoglienza. Il sistema, per i pm, era semplice: a Mineo andava in scena “una spregiudicata gestione dei posti di lavoro (circa 400) per l’illecita acquisizione di consenso elettorale”. Tradotto: voti in cambio di posti di lavoro. E addirittura ai dipendenti del Cara veniva chiesto di prendere la tessera del Nuovo centrodestra. “Non si tratta di una imposizione – ha spiegato ai pm una lavoratrice del centro– anche se quasi tutti i dipendenti del Cara sono effettivamente iscritti a Ncd: io stessa lo sono”. È in questo modo che il centro per richiedenti asilo è diventato una gigantesca macchina elettorale capace di garantire preferenze a vari partiti: alle politiche del 2013 – quando Alfano era ancora il golden boy di Berlusconi – i voti della zona vanno al Pdl, alle amministrative dello stesso anno a una lista civica alfaniana (che elegge sindaco Anna Aloisi, anche lei indagata), mentre alle europee del 2014 vengono indirizzati verso la neonato partito del ministro agrigentino.
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25 anni di tangenti? Sequestrato un bottino da record a dirigente pubblico corrotto
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25 anni di tangenti? ecco il risultato: l’ingegnere Michele Candreva, funzionario del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, era stato arrestato, nel novembre 2016, dai finanzieri del Comando Provinciale di Udine per le tangenti pagategli dalla Pilosio Spa.
Al momento della perquisizione gli agenti hanno rinvenuto, oltre a gioielli, contanti e buoni benzina per 65.000 euro, anche un’agenda sulla quale il funzionario aveva annotato tutti i compensi percepiti per le sue prestazioni infedeli dal 1989 sino al giorno prima dell’arresto.
In ottemperanza all’ordine del Giudice, i finanzieri di Udine hanno sequestrato un vero e proprio tesoro: 4 depositi bancari, con un saldo attivo pari a circa 400.000 euro, 6 immobili, tra cui uno di gran pregio, situato in una zona residenziale di Roma, del valore di circa 2 milioni di euro, e una autovettura Mercedes, per un totale di 2,4 milioni di euro.
Clamorosa Ultim'Ora - Bankitalia indagata, ecco perchè
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La Procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo d’indagine sulla vigilanza della Banca d’Italia. L’inchiesta, per ora senza indagati, è stata affidata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone ai sostituti Maria Sabina Calabretta e Stefano Pesci, già titolari dell’indagine su Veneto Banca che vede l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli indagato per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio.
L’inchiesta nasce da un memoriale di Pietro D’Aguì, ex manager della Banca Intermobiliare (Bim), boutique finanziaria controllata da Veneto Banca in liquidazione. Il memoriale è stato depositato il 30 giugno scorso dall’avvocato Michele Gentiloni Silveri, cugino del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.
Secondo autorevoli indiscrezioni, il premier è informato della vicenda e ne ha già potuto valutare, durante le brevi vacanze estive, l’impatto politico. A novembre scade il mandato del governatore Ignazio Visco. La decisione se confermarlo o no spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a Gentiloni, e sarà presa in coincidenza con l’avvio della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. È auspicato o temuto, secondo i punti di vista, che un tema centrale siano le responsabilità della vigilanza, cioè Consob e Bankitalia.
Alle accuse ricorrenti su distrazioni, miopie e strabismi di Bankitalia, l’inchiesta della procura di Roma aggiunge l’ipotesi di reati, cioè di scorrettezze dolose. Gli sviluppi dell’azione penale potrebbero gettare nuova legna su un fuoco che per ora cova sotto la cenere: fino a ieri le indiscrezioni autorizzate non hanno messo in dubbio la volontà di Quirinale e Palazzo Chigi di rinnovare la fiducia a Visco.
Il memoriale di D’Aguì è stato accompagnato da una lettera dell’avvocato Gentiloni che ne sintetizza i contenuti segnalando “alcuni dati idonei a costituire notizie di reato” e indicando due nomi di peso: il capo del “Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria” della Banca d’Italia Carmelo Barbagallo e l’ispettore Emanuele Gatti.
Sono tre i capitoli riguardanti l’operato della vigilanza raccomandati a Pignatone per gli approfondimenti dall’avvocato Gentiloni.
Primo. Comportamento della vigilanza durante l’acquisizione di Bim da parte di Veneto Banca (2010-2011) “con successivo inadempimento da parte di quest’ultima alle obbligazioni assunte”. La Bim fu in parte pagata da Consoli con azioni di Veneto Banca e (secondo le accuse di D’Aguì) relativa e inevasa promessa di riacquisto in tempi rapidi. Sul punto D’Aguì ha denunciato Consoli che dal 6 aprile scorso è indagato dai sostituti Calabretta e Pesci anche per truffa ed estorsione.
Secondo. L’ispezione compiuta da Gatti sulla Bim nel 2012, per la quale l’avvocato Gentiloni raccomanda alla procura la “valutazione degli errori compiuti” e il ruolo di Barbagallo “nella fase successiva all’ispezione”. In quell’ispezione Gatti diagnosticò una riduzione di due terzi del capitale di vigilanza, portandolo a soli 157 milioni contro i 435 indicati nella semestrale 2012. A fine 2012 il bilancio Bim (quotata in Borsa) indicava il patrimonio di vigilanza a 322 milioni, il doppio di quanto calcolato da Gatti, senza che nessuno abbia sollevato obiezioni. Nel frattempo però, sulla scorta dell’ispezione di Gatti e dell’istruttoria di Barbagallo, il governatore Visco ha scritto alla Bim ordinando perentoriamente di revocare i poteri a D’Aguì. Dopo averlo sentito per anni lamentarsi di non aver mai avuto il potere di rimuovere i banchieri sospetti, scopriamo che già quattro anni fa Visco poteva, quando Barbagallo lo decideva, scrivere “la Banca d’Italia dispone” per ordinare il licenziamento.
Terzo. Comportamento della vigilanza “in relazione al mancato acquisto” della Bim da parte di una cordata di investitori guidata da D’Aguì, e “motivi reali del mancato consenso all’operazione da parte delle autorità di vigilanza”. Nell’agosto 2014, D’Aguì, con numerosi soci tra cui Carlo De Benedetti, Luca di Montezemolo e il fondo britannico Duet Alternative Investment, ha contrattato il riacquisto di Bim per 562 milioni.
Dopo mesi di tira e molla, il 16 giugno 2015 la vigilanza europea, su proposta della Banca d’Italia, ha comunicato il diniego all’operazione con lettera del presidente della Bce Mario Draghi. Secondo D’Aguì in quella procedura sono state inserite notizie false sulla sua situazione processuale che avrebbero determinato la mancanza dei requisiti di onorabilità per il leader della cordata, e quindi il diniego.
L’operazione avrebbe attenuato la crisi di Veneto Banca rimpolpandone il patrimonio di vigilanza di circa 50 preziosi punti base. A distanza di soli due anni il commissario liquidatore Fabrizio Viola sta vendendo la Bim per un valore indicato tra 100 e 150 milioni. Lo stop della vigilanza è costato ad azionisti e creditori di Veneto Banca oltre 400 milioni.
L’apertura dell’inchiesta su Palazzo Koch non è una sorpresa. Dopo l’esplosione della crisi bancaria quasi tutti gli amministratori degli istituti in crisi sono stati indagati per ostacolo alla vigilanza: la Banca d’Italia, accusata da più parti di aver vigilato a vuoto, ha reagito denunciando i banchieri alle Procure di mezza Italia, accusandoli di aver sistematicamente ingannato i suoi ispettori sulle reali condizioni finanziarie delle banche. E quasi tutti i banchieri indagati hanno reagito accusando gli ispettori della Banca d’Italia di aver sempre saputo (e silenziosamente approvato) tutto.
Il copione, inaugurato con il processo a Giuseppe Mussari di Montepaschi, in questo momento viene interpretato con particolare vigore da Consoli, in attesa dell’udienza preliminare che deciderà sul suo rinvio a giudizio. La cannonata più forte arriva adesso da D’Aguì, imputato con Consoli per un fatto marginale e non certo catalogabile come suo sodale dopo che lo ha denunciato per estorsione e truffa.
Ecco tutti i nomi e i numeri delle coop che si arricchiscono con gli immigrati
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(liberoquotidiano.it) – C’è una sola cooperativa sociale di rilievo che si occupa di gestione e accoglienza dei migranti che nel 2016 non è riuscita ad aumentare il suo giro di affari: è il consorzio Eriches 29 di Roma che un tempo era guidato da Salvatore Buzzi e oggi per sua sfortuna è controllata dal tribunale di Roma che ne sequestrò le quote quando scoppiò lo scandalo di Mafia Capitale. Ma è un caso più unico che raro: perché nell’ultimo anno chi si è occupato di migranti e nella maggiore
parte dei casi ha gestito gli Sprar ha fatto affari così straordinari con le cooperative sociali o i consorzi che ne raccolgono alcune che quelle imprese sembravano vivere in tutt’altra parte di Italia. Basta pensare che con le 45 più rilevanti che hanno depositato presso la camera di Commercio locale il proprio bilancio al 31 dicembre 2016 si raggiunge un fatturato di 367,7 milioni di euro. Le stesse società nel 2015 avevano complessivamente fatturato 294,5 milioni di euro. La crescita complessiva del loro giro di affari è stata dunque superiore ai 73,1 milioni di euro in un solo anno, pari ad un aumento del 24,81% sul giro di affari dell’anno precedente. Nessun altro settore produttivo italiano può vantare risultati di questo tipo in un anno dove si è cominciata a vedere una timida crescita, mai però a due cifre.
Le coop che si arricchiscono con i migranti: nomi e numeri
Se si guarda l’utile netto conseguito dalle 45 coop sociali che si sono occupate di migranti il risultato è ancora più strabiliante: era di 3,4 milioni di euro nel 2015, è salito a 6,5 milioni di euro nel 2016, con una crescita assoluta di 3 milioni e percentuale del 90,5%. La cifra può sembrare esigua rispetto al giro di affari, ma qui non siamo di fronte a società per azioni o a multinazionali, e bisogna tenere presenti regole e tradizioni delle cooperative sociali, che più o meno vengono tutte dalla Lega Coop, dalla Confcooperative, dalla chiesa cattolica o da movimenti cattolici.
Fra quelle 45 coop solo 4 hanno visto nel giro dell’ultimo anno ridursi il fatturato per il taglio di alcune commesse pubbliche, ma di quelle quattro tre hanno comunque aumentato la propria redditività rispetto all’anno precedente. L’utile è aumentato per 35 cooperative, mentre per dieci si è ridotto. Ma di queste dieci ben 9 sono comunque riuscite ad aumentare il proprio giro di affari sperando di fare lievitare il margine nel 2017.
IL CASO BUZZI
La sola coop che invece è in negativo sia per fatturato che per utile è appunto la sopra ricordata Eriches 29 che oggi viene gestita dal tribunale di Roma che ha nominato alcuni professionisti al vertice. Forse è un caso, ma forse non lo è che la sola coop di settore per cui i migranti non siano un business è quella su cui è strettissimo il controllo di legalità. Anche per la Eriches 29 però nel 2017 la situazione potrebbe cambiare in meglio. Lo si legge nella relazione di bilancio in cui gli amministratori fanno una sostanziale rivelazione. «Si precisa», scrivono, «che nei primi mesi del 2017 la Società ha chiesto ed ottenuto dalla stazione appaltante Comune di Roma-Dipartimento Politiche Sociali di rinegoziare la percentuale del co-finanziamento relativo alla commessa Sprar. dal 20% al 5%. Come noto, il 20% del co-finanziamento che rimane a carico del gestore costituisce la principale causa della marginalità negativa della commessa; la riduzione al 5% consente il riequilibrio della stessa, e di tale riequilibrio la Società ne trarrà beneficio seppure limitato al secondo semestre del 2017».
Cosa è accaduto? Che l’ex coop di Buzzi si è portata di proroga in proroga fino al giugno 2017 le regole del vecchio contratto. Ma nel frattempo è intervenuta una novità legislativa, di cui ha beneficiato probabilmente qualche altra coop che gestiva gli Sprar dei migranti già nella seconda parte del 2016: dipende dalla scadenza dei loro contratti e dalle trattative avviate con gli enti locali controparte.
La legge prevedeva che per il finanziamento degli Sprar per l’accoglienza diffusa dei profughi e richiedenti asilo l’80% fosse a carico dello Stato e il 20% a carico degli “enti”. In teoria quel 20% doveva essere finanziato dagli enti locali in cui venivano istituiti i centri di accoglienza, ma in quasi tutti i casi i comuni hanno traslato quella norma sugli enti privati che vincevano le gare: le coop sociali che gestiscono quei centri.
Il governo di Matteo Renzi nell’agosto del 2016 ha varato un nuovo decreto che ha portato quella percentuale dal 20% al 5%, e di conseguenza le coop hanno avuto direttamente o indirettamente (attraverso il Comune) un 15% inatteso di redditività in più.
Le due più grandi coop sociali che si occupano di migranti sono la Auxilium e la Senis Hospes entrambe con sede legale a Senise, in provincia di Potenza. Più volte finite entrambe sotto tiro della magistratura (anche in alcuni scampoli della inchiesta su Mafia Capitale), sono legate alla storia di una cooperativa bianca un tempo legata alla compagnia delle Opere: La Cascina, che fa ristorazione. Gestiscono i Cara più importanti, e una sfilza. Ma i problemi giudiziari non hanno intralciato evidentemente i loro affari: l’Auxilium in un anno ha visto aumentare il proprio fatturati da 56,2 a 61,1 milioni di euro e anche l’utile è cresciuto lievemente: da 529mila a 543mila euro. La performance è stata ancora più straordinaria per la Senis Hospes: il fatturato è salito da 26,2 a 42,1 milioni di euro e l’utile da 80mila a 109mila euro. Il risultato straordinario arriva dalla gestione del Cara di Mineo, dal Cara di Foggia e di alcuni Sprar a Roma, Teramo e altri 13 comuni minori. È stata acquisita la gestione anche di un ulteriore Sprar nel comune di Messina. La previsione degli amministratori è di affari a gonfie vele anche nel corso del 2017: «La gestione 2017», scrivono nella relazione sulla gestione, «evidenzia un livello di servizi resi e marginalità in linea con quelle già registrate nel 2016. Nel corso dell’esercizio 2017 la Cooperativa ha in animo in particolare di intensificare i propri servizi resi nel campo socio assistenziale».
Molte cooperative sociali affiancano al business dei migranti anche altro tipo di attività nel campo dell’assistenza sociale: minori, anziani, case famiglia anche per gli italiani. Alcune di loro sono nate in quel settore, e poi hanno colto al volo l’occasione di business che presentavano i rifugiati. Ma non poche sono nate solo negli ultimi anni proprio per esercitare in via esclusiva nel settore dei migranti.
Fra quelle che hanno avuto negli ultimi dodici mesi risultati eclatanti c’è anche la Lai Momo di Sasso Marconi in provincia di Bologna: ha quasi raddoppiato il fatturato (da 3,2 a 5,3 milioni di euro) e più che raddoppiato l’utile netto (da 309 mila a 883 mila euro). È la coop balzata al disonore delle cronache negli ultimi giorni per quell’improvvido commento sui social del proprio mediatore culturale Abid Jee sullo stupro in spiaggia a Rimini, in cui sosteneva che la donna violentata dopo il primo brusco impatto provava piacere. La Lai Momo ha vinto l’appalto per la gestione dello Sprar di Bologna insieme ad altre coop, e si è creata in questi giorni tensione con il committente.Ma non può lamentarsi, visti i risultati.
Fra le performance più incredibili quella della Ruah di Bergamo, che ha visto lievitare il proprio fatturato da 4,8 a 9,2 milioni di euro, quasi quadruplicando l’utile: da 82 mila a 284 mila euro.
di Franco Bechis
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