giovedì 8 novembre 2018
Della Valle sul governo: "Basta polemiche. Facciamoli lavorare!"
La manovra verrà giudicata dai fatti, lasciamo lavorare il Governo. Così Diego Della Valle all'indomani del via libera da parte dell'esecutivo: «Vediamola, leggiamola bene, poi soprattutto
vediamo i risultati», ha detto, a margine del Milano Fashion Global Summit, «quindi prendiamoci il tempo che serve, oggi c'è un governo che deve governare, che ha un grande consenso popolare, vediamo cosa fanno, facciamoli lavorare e poi li giudicheremo sui fatti».
L'analisi della manovra
La manovra, ha proseguito, «va letta bene, poi le azioni intraprese vanno ripulite da nomi che a volte hanno una valenza di marketing e magari meno nella sostanza. Vediamo quello che succede» ha sottolineato ancora Della Valle «noi ci auguriamo tutti che le cose funzionino, per noi, per le aziende, per gli italiani che cercano un lavoro, per i giovani. Vediamo cosa fanno adesso, questo è il primo atto vero del governo, vediamo le conseguenze e auguriamoci che le cose funzionino, non parteciperei alla fazione di chi dice 'tanto peggio tanto meglio', io sono per il tanto meglio per tutti, che ne abbiamo bisogno».
Sullo sconto con l'Ue
A chi gli chiedeva, infine, se giovasse lo scontro con l'Europa, il patron di Tod's ha risposto: «Io credo che ci sia un po di mancanza di esperienza sicuramente e anche una gran voglia di far vedere ai cittadini italiani che si fa tutto per occuparsi del loro futuro, ma bisogna stare attenti che a volte dei gesti popolari al momento non diventino un vero problema poi per i cittadini».
mercoledì 7 novembre 2018
Cene, viaggi e albergo? Boeri li fa pagare con soldi dei pensionati: non bastava lo stipendio da sultano! Ecco gli odiosi benefit del presidente Inps
Carmine Gazzanni per “la Notizia Giornale”
Tempi duri per Tito Boeri. D’altronde che non corra buon sangue tra il presidente dell’Inps e il Governo gialloverde è cosa nota. E qualche uscita, forse anche un po’ azzardata, di esponenti dell’Esecutivo, fanno ipotizzare una sua prossima uscita di scena. Nel frattempo, però, il professor Boeri può continuare a viaggiare, mangiare e dormire a spese dei contribuenti.
Tutto legittimo, per carità. Parliamo, infatti, di uno dei tanti privilegi che vivono e vegetano nei gangli della Pubblica amministrazione e di cui anche l’acerrimo nemico dei vitalizi, suo malgrado, gode.
Accanto alla retribuzione che legittimamente gli spetta (peraltro non è nemmeno tra le più alte del mondo dirigenziale statale) e che ammonta a circa 104mila euro lordi annui, il presidente ha diritto a spese per vitto, alloggio e viaggi interamente coperte dalle casse pubbliche.
E così scopriamo che nei primi sei mesi del 2018, secondo il report pubblicato direttamente dall’Istituto previdenziale, sono stati spesi circa 23mila euro: 11.368 euro dal primo gennaio 2018 al 31 marzo, e 11.575 euro dal primo aprile al 30 giugno. Nel dettaglio parliamo di poco più di 1.163 euro per il vitto, 9.858 euro per l’alloggio e quasi 12mila euro per viaggi e spostamenti.
Per alcuni potrebbero sembrare pochi spiccioli. Eppure, volendo considerare una ventina di giorni lavorativi al mese e dunque 120 circa nel giro di sei mesi, tutto questo significa che il presidente dell’Inps è costato agli italiani 191 euro al giorno solodi viaggi, vitto e alloggio.
PRONTI, PARTENZA, VIA
Ma c’è di più. In quest’ultimo anno, infatti, l’economista ha di fatto speso più rispetto agli anni scorsi. Basta, anche in questo caso, avvalersi dei documenti che la stessa Inps mette a disposizione sulla sezione “amministrazione trasparente” del sito istituzionale.
Facendo un conto complessivo delle spese di viaggio, vitto e alloggio passate, scopriamo che dal primo gennaio 2017 al 31 marzo 2017 sono stati sborsati 10.277 euro; dal primo aprile al 30 giugno 9.179 euro; dal primo luglio al 30 settembre 9.504 euro; dal primo ottobre al 31 dicembre 10.883.
Se contiamo anche in questo caso ipotetici venti giorni lavorativi (e dunque 240 annui), ecco che scopriamo che in media l’anno scorso Boeri ha speso per vitto, viaggi e alloggio circa 166 euro al giorno. Ergo: da gennaio 2018 il presidente dell’Inps spende in media 25 euro in più ogni 24 ore. Non male.
IL FONDO A DISPOSIZIONE
C’è da dire, però, che il “privilegio” toccherà anche ad un eventuale sostituto di Boeri a capo dell’Istituto previdenziale. Che, anzi, potrà osare anche di più. Come ci fa sapere l’ufficio stampa dell’Inps, infatti, “il limite di spesa trimestrale per l’alloggio è di 5.400 euro” (Boeri arriva poco al di sotto).
Il limite per il vitto, invece, è giornaliero ed è fissato a 81 euro (arrotondato per difetto). Quindi “ipotizzando 20 giorni lavorativi mensili – dicono ancora dall’ufficio stampa – ciò implica 4.860 euro a trimestre di spese per il vitto”. In questo caso, come dimostrato, il presidente si è dimostrato decisamente parsimonioso.
Vedremo se lo saranno anche i suoi successori. Infine ci sono le spese per i viaggi, per i quali, al contrario delle prime due voci, non sono previsti limiti, ma “vengono rimborsati esclusivamente i viaggi fatti per motivi istituzionali e i viaggi da e per il luogo di residenza”. E questo spiega il motivo del gravoso esborso per Boeri, essendo l’economista residente a Milano.
Salvini e Di Maio, quel patto segreto per non tradire gli italiani nei prossimi mesi
Duro fuori e morbido dentro. Matteo Salvini sta preparando una doppia strategia, solo apparentemente contraddittoria. Con l’Unione europea, che boccerà la manovra italiana, il leader
della Lega predica una linea irremovibile. Secondo Repubblica, il vicepremier vuole lo scontro. “Sarà guerra”, ha ripetuto anche lunedì sera al collega Luigi Di Maio e al premier Giuseppe Conte, e solo il primo sembra seguirlo davvero. Ma proprio perché stanno per arrivare turbolenze (febbre da spread, speculazione finanziaria e attriti con Bruxelles sono solo all’inizio), è stato lo stesso Salvini a chiedere al Movimento 5 Stelle calma e sangue freddo.
“Non ho più nemmeno la pensione e mi tocca spostarmi con i mezzi pubblici” Formigoni senza vergogna ha il coraggio di fare il piangina
Era il “Celeste” della politica. Per tre mandati ha guidato la Regione Lombardia, e per anni è stato parlamentare a Roma, nella Dc prima e in Forza Italia dopo. Poi sono arrivate le accuse e i processi.
E quella condanna per corruzione che in appello è cresciuta dai 6 anni del primo grado ai 7 e mezzo dell’appello ed è ora in attesa della Cassazione, che potrebbe spedire Roberto Formigoni in carcere. Dietro le sbarre.
Su Il giornale, in una lunga intervista, lui si professa innocente, dice che ha fiducia completa nella Cassazione, ma che se dovesse essere ribadita la sua colpevolezza “sono cristiano e sono pronto ad affrontare quel che sarà”. Accanto al rischio-carcere, c’è tutto quello che quelle accuse, quei processi e quella condanna hanno portato nella vita di tutti i giorni: “Mi hanno sequestrato tutti i beni: sei appartamenti in comproprietà con mio fratello e mia sorella, e tre utilitarie. In più, a maggio la Corte dei Conti mi ha portato via pure la pensione, anche se questo è incostituzionale: circa 4mila euro al mese“.
Già, perchè dal 4 marzo scorso, quando è stato eletto il nuovo Parlamento, Formigoni (che fino lì era senatore) è in pensione. E come campa oggi? “Faccio volontariato, seguendo la comunicazione di due onlus, consiglio i giovani che vogliono entrare in politica e candidarsi, faccio scuola di formazione politica. Tutto gratis”. Però, tocca pur portare a casa la pagnotta: “Con grande fatica – dice – mi sono ributtato nel mondo del lavoro, come consulente di due gruppi imprenditoriali: uno arabo e uno cinese. Non guadagno molto, ma mi basta per vivere”. In modo, certo, assai diverso da quello che è stato per tanti anni: “Non ho più una segretaria e l’autista lo avevo perso già lasciando la presidenza della Regione Lombardia”. E come si muove, allora, il Formigoni post-politico? “Uso i mezzi pubblici, metropolitana compresa, anche nelle ore di punta”.
Terremoto alle prossime Europee! Boldrini e compagnia non potranno essere eletti! Una sentenza clamorosa ammazza l’estrema sinistra
Nella camera di consiglio di oggi la Corte costituzionale ha giudicato non fondate le questioni di costituzionalità – sollevate dal Consiglio di Stato con riferimento al principio democratico, al
principio di ragionevolezza e a quello di eguaglianza del voto – delle disposizioni della legge n. 18 del 1979 (come introdotte dalla legge n. 10 del 2009) per le elezioni europee che limitano l’accesso alla distribuzione dei seggi ai partiti che hanno ottenuto a livello nazionale almeno il 4% dei voti validi. La Corte ha ritenuto che la previsione di questa limitazione “non è manifestamente irragionevole e rientra pertanto nella discrezionalità del legislatore”. È quanto si legge in una nota. Di fatto, sondaggi attuali alla mano, rischiano di non superare indenni la ghigliottina partiti come Liberi e Uguali di Laura Boldrini e Pietro Grasso o Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Non a caso, in molti stanno studiando liste allargate ad hoc con altri soggetti politici.
martedì 6 novembre 2018
"Eliminare le differenze tra sanità dei poveri e dei ricchi". Strepitosa Giulia Grillo, cosi il Ministro vuole cambiare la Sanità in Italia
Liste d'attesa, difformità tra una regione e l'altra. Soprattutto eliminare le differenze tra «sanità dei poveri» e «dei ricchi». Il piano del ministro Giulia Grillo
Nella sanità italiana ci sono «troppe difformità tra una regione all'altra» con «il rischio, e tante volte la realtà, di avere da una parte una Sanità dei poveri, dall'altra dei ricchi». Giulia Grillo, nella Relazione in Commissione affari sociali di Camera e Senato dello scorso 25 luglio, ha illustrato le linee programmatiche del suo dicastero. Il ministro ha puntato l'attenzione in particolare sulla «questione Sud». La sua relazione è partita dalla Costituzione, secondo cui «è compito della Repubblica tutelare la salute quale fondamentale diritto dell'individuo nell'interesse della collettività, indicando, già allora, come il nostro Servizio sanitario nazionale, nell'ambito delle sue competenze, debba perseguire il superamento degli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese». Ma «proprio quest'ultimo si sta rivelando sempre più il problema di fondo che abbiamo davanti e che dobbiamo tutti insieme affrontare con energia e coraggio».
Troppo divario tra Nord e Sud
«Oggi, a distanza di quattro decadi, purtroppo, non possiamo né dobbiamo nasconderci che chi si è alternato alla guida del Paese non è riuscito a tener fede alle norme che sovraintendono al nostro sistema» ha spiegato Giulia Grillo. «La situazione la conoscete anche meglio di me. Troppe le difformità tra una Regione e l'altra e tra una parte del Paese (il Nord) e l'altra (il Sud). Con il rischio, e tante volte la realtà, di avere da una parte una Sanità dei poveri, dall'altra dei ricchi».
«Tutti devono potersi curare»
Oltre 5 milioni, ha appena stimato l'Istat, sono gli italiani in povertà assoluta, concentrati maggiormente nelle Regioni del Sud. Ed è proprio partendo da questo dato che Giulia Grillo ha dichiarato che «sono queste le fasce di popolazione che guardano con maggior speranza ad un reale e concreto universalismo perché loro, più di altri, rinviano o abbandonano le cure». E la «questione Sud» continua a restare attuale «in tutta la sua gravità, con le ricadute che tutti conosciamo per la popolazione in conseguenza della gestione e dell'organizzazione dei servizi». In territori, tra l'altro, «in cui la malavita e le organizzazioni mafiose si infiltrano facilmente, lucrando sulla salute dei cittadini».
«Riformare il sistema delle liste di attesa»
«È mia ferma intenzione» ha spiegato il ministro Giulia Grillo «proseguire il lavoro iniziato con l'invio della circolare trasmessa alle Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano per conoscere la situazione reale delle cose. Da una prima valutazione dei dati a disposizione, ovviamente con i dovuti distinguo, si denota mediamente un forte sotto utilizzo dei processi di informatizzazione delle prestazioni». Tradotto, significa che «ancora troppo spesso, ed in particolare per i ricoveri in fase di elezione, la gestione delle prestazioni avviene per via cartacea creando i presupposti e i rischi di forti distorsioni». Su questo aspetto «l'impegno sarà massimo - garantisce Grillo - perché si tratta di una delle chiavi di volta per la corretta gestione delle liste d'attesa».
Un disegno di legge contro le aggressioni ai medici
Quanto al tema delle aggressioni ai medici «sarà presto oggetto di un disegno di legge che abbiamo allo studio col ministero della Giustizia», ha ribadito il ministro della Salute Giulia Grillo illustrando le linee programmatiche del suo dicastero alle Commissioni riunite Affari sociali di Camera e Senato. «Lo scorso 3 luglio ho insediato il Comitato per l'indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro», ha ricordato il ministro, aggiungendo: «Anche in questo caso sono perfettamente consapevole che non si risolve con un tavolo il fenomeno, ahimè crescente, delle aggressioni al personale sanitario negli ospedali, nei pronto soccorso, in tutte le strutture a rischio, tema che sarà presto oggetto di un disegno di legge che abbiamo allo studio col ministero della Giustizia».
“Stipendi mostruosi a vita per far nulla o al massimo raccontare balle” scandalo in Rai, Milena Gabanelli svela le folli prebende dei nullafacenti della tv di Stato
Svincolata dai partiti, doveva decollare tre anni fa. Invece la più grande azienda culturale del Paese è rimasta nel parcheggio, invischiata nelle clientele e nelle inefficenze di sempre.
Mamma Rai impiega 13.058 dipendenti, di cui 1.760 giornalisti, suddivisi in 8 diverse testate: Tg1, Tg2, Tg3, TgR, Rainews 24, Il Giornale Radio, Rai Parlamento e Rai Sport. Il contratto giornalistico Rai è il più «blindato» d’ Italia: il costo azienda medio annuo è di 200.000 euro per ciascuno dei 210 capiredattori, 140.000 euro per i 300 capiservizio, 70.000 euro per i neoassunti.
Nel mondo, nessuna Tv pubblica ha tanti telegiornali nazionali. Un’ anomalia che risale ai tempi della «lottizzazione»: a ogni partito la sua area di influenza. Negli anni ha generato costi enormi poiché ogni testata ha un direttore, i vicedirettori, i tecnici, i giornalisti. E tutte le testate a coprire lo stesso evento.
Che senso ha, visto che ogni rete ha già gli spazi dedicati agli approfondimenti e ai talk, proprio per rappresentare le diverse letture dei fatti? La Bbc, una delle più grandi e influenti istituzioni giornalistiche al mondo, diffonde in Gran Bretagna un solo Tg: BBC news.
La Rai, con le tre testate nazionali, realizza ogni giorno oltre 25 edizioni di Tg; in Francia e Germania le edizioni quotidiane sono 7, nel Regno Unito e in Spagna 6. All’ offerta ipertrofica si aggiunge il canale Rainews 24, che trasmette notizie 24 ore al giorno. Abbiamo la più grande copertura informativa d’ Europa e un esercito di giornalisti, eppure, nonostante i telespettatori siano inesorabilmente in calo perché si informano sul mondo digitale, la Rai non ha un sito di news online.
Poi c’ è il tema delle sedi regionali: i 660 giornalisti fanno capo alla direzione Tgr, mentre le 22 sedi, con altrettanti direttori, che si occupano solo dei muri e dei tecnici, fanno capo a una fantomatica Direzione per il coordinamento delle sedi regionali ed estere.
Gli edifici sono faraonici, con interi piani inutilizzati, ma la qualità della cronaca locale non è sempre brillante: potenzialità enormi, inefficienza cronica. Ma, essendo i Tg regionali luoghi in cui sindaci e governatori esercitano la loro influenza, oltre che bacino di consenso per il potente sindacato Usigrai, si tira a campare.
Qualche esempio. In Emilia Romagna non c’ è una buona copertura del segnale e, in alcune zone, si vede il Tgr Veneto o il Tgr Marche; è presente una obsoleta «esterna 1» per le dirette, un mastodonte costoso usato solo per la messa della domenica, con una squadra di 5 persone che, per ragioni sindacali, non può fare altro quando il mezzo è fermo.
Al Tgr Lazio regna il degrado: dalle luci al neon fulminate alle cuffie della radiofonia fuori uso; tutti i giornalisti stanno a Saxa Rubra, nessun corrispondente dalle province. A Torino, per poter usare un mezzo satellitare leggero, adatto alle dirette, la Tgr deve chiedere l’ assenso a 4 diversi responsabili, una procedura che non si adatta ai tempi delle news. In Puglia, i due redattori territoriali hanno la telecamerina in dotazione, ma non la usano perché il sindacato non vuole.
A Sassari, 4 specializzati di ripresa non escono con la troupe, non guidano la macchina e stanno in studio, per quei due movimenti di camera che potrebbero anche fare i tecnici. Il caporedattore non può decidere sul loro utilizzo, perché dipendono dal direttore di sede. In Sicilia, gli impiegati di segreteria sarebbero disponibili e qualificati per archiviare e metadatare le immagini, ma non hanno accesso al sistema.
La Tgr Lombardia (con 50 giornalisti) è quella che collabora di più con i Tg nazionali; però Tg1, Tg2, Tg3, Rainews e Rai Sport hanno comunque tutti i propri giornalisti a Milano. Il materiale grezzo viene buttato, perché nessuno lo cataloga. Poi c’ è un aspetto che la dice lunga sulle competenze dei dirigenti: le testate nazionali e quelle regionali sono state digitalizzate con sistemi che non comunicano fra loro, per cui è difficile lo scambio di immagini.
Il Consiglio d’ amministrazione insediato nel 2015 è partito in quarta dando vita a Ray Play, ma la mission era proprio quella di rendere più efficiente la TgR, riorganizzare l’ offerta informativa nazionale e colmare il gap digitale. In questi 3 anni, il Cda è riuscito a far naufragare tutti i progetti.
Incluso quello per la nascita del sito unico di news online, già sviluppato dalla Direzione Digital e con la formazione presso le redazioni regionali già avviata (oggi sei regioni hanno il loro sito). Il motivo? Prima di dar vita a una nuova testata, bisognava ridurre il numero di quelle già esistenti.
Sta di fatto che il sito nazionale esistente è dentro a Rainews 24 e produce un traffico irrilevante. Questa è la classifica Audiweb degli utenti unici giornalieri, nell’ ultima settimana di giugno: RaiNews 95.000, TgCom 967.000, Corriere della Sera 1.300.000, Repubblica 1.400.000.
In sostanza tutti i cittadini sono obbligati a pagare il canone (1 miliardo e 700 milioni l’ incasso del 2017), ma chi si informa soltanto online non ha un servizio pubblico degno di questo nome. In compenso, lo stesso Cda ha portato avanti uno studio di fattibilità di un nuovo canale tradizionale in lingua inglese.
Ad occuparsene in prima persona la presidente Monica Maggioni, a fine mandato, e quindi in cerca di una futura direzione.
Questa è la Rai, che attende il prossimo giro di giostra. Il capitale umano che lavora ai piani bassi, dove si realizza il prodotto, ha bisogno di una forte spinta; speriamo che la giostra sia un «calcinculo». Con un management esperto e libero dai condizionamenti della politica, potrebbe uscirne un’ azienda leader in Europa.
Moscovici finalmente denunciato! Ha turbato i mercati per danneggiare l’Italia”
Guerra contro Pierre Moscovici e Günther Oettinger, rispettivamente Commissario europeo per gli affari economici e monetari e quello per il bilancio e le risorse umane. E, attenzione, a dichiarare guerra non è il governo italiano, o Matteo Salvini, ma due giornalisti de La vita in diretta, il
programma Rai condotto da Francesca Fialdini e Tiberio Timperi. Rivela infatti Dagospia che Lorenzo Lo Basso e Francesco Palese, due cronisti della trasmissione, hanno denunciato Moscovici e Oettinger per le loro dichiarazioni sull’Italia che “hanno pesantemente turbato i mercati”. Una decisione clamorosa, quella dei due giornalisti del servizio pubblico: come avranno reagito in Rai, si chiede Dago?
"Abbiamo scoperto il più grande scandalo di sempre" la denuncia del M5S censurata da tutti i media
Opere pubbliche, M5S Puglia: ‘Abbiamo fatto luce su uno dei più grandi scandali di sempre’
“Dopo quasi un anno di approfondimenti e indagini, il M5S Puglia ha fatto luce su uno dei più imponenti scandali riguardanti la realizzazione di un’opera pubblica avvenuti in Italia: sto parlando della realizzazione della nuova sede del Consiglio regionale”.
Lo ha denunciato su Facebook l’esponente pentastellata pugliese Antonella Laricchia, la quale ha spiegato che si tratta di un’opera non ancora terminata dopo 15 anni di attesa e la cui entità dei lavori è passata da 39,5 milioni a 95 milioni.
Secondo Laricchia questo è uno “spreco gigantesco per cui adesso chiederemo giustizia alle autorità a nome di tutti i pugliesi”.
La costruzione della nuova sede del Consiglio regionale pugliese inizialmente, si parla del 2003, era costata 39,5 milioni. Nei sette anni successivi, però, sono state aggiunte al progetto delle varianti che hanno aumentato l’entità dei lavori di 27 milioni di euro.
Per poi aumentare di altri 27 milioni dopo il 2012. Totale: 95 milioni di euro, ovvero 55 in più rispetto a quanto previsto inizialmente (il 240% in piú).
I pentastellati pugliesi hanno indagato sui motivi dell’incremento dei costi e hanno scoperto, ad esempio, che “nella 5a variante si decide di sostituire delle plafoniere a neon con delle plafoniere a led. Scelta legittima se non fosse che si sceglie inspiegabilmente di acquistare delle plafoniere ‘esclusive e ricercate”’ al costo di 637€ cad.”. Eppure, ha osservato Antonella Laricchia, “plafoniere con prestazioni illuminotecniche identiche sul mercato avrebbero avuto un costo che oscilla tra i 130-150€”.
Secondo il M5S la responsabilità di tutto ciò è degli esponenti dei vecchi partiti sia di destra che di sinistra come Raffaele Fitto, Nichi Vendola e Michele Emiliano.
“Il M5S Puglia – ha fatto sapere Laricchia – presenterà un esposto alla Corte dei Conti, all’Anac e alla Procura della Repubblica e una mozione urgente per fermare il pagamento delle parcelle dei progettisti per gli ultimi 4 milioni circa rimasti e recuperare gli 8 milioni già erogati”.
“O SEI SCEMA O SEI COMPLICE, SCEGLI TU” Finalmente tappata la bocca alla Fornero e alle balle di regime che raccontano da anni
GUARDA IL VIDEO:
Duro scontro a Stasera Italia su Retequattro tra l’ex ministro del Governo Monti Elsa Fornero e l’economista Antonio Maria Rinaldi. Il tema era quello delle pensioni, collegato alla manovra a cui il governo sta lavorando. Dalla Palombelli la Fornero ha recitato la solita formuletta dell’Italia “sul baratro” sostenendo che “dovevamo trovare i soldi per il giorno dopo”.
Senza appello la replica di Rinaldi, che all’ex titolare del Welfare ha risposto “mi rifiuto di pensare che un Paese come l’Italia dovesse trovare i soldi per il giorno dopo. E’ una cosa impossibile”. Poi, però, Rinaldi ha voluto fare una concessione alla Fornero: “Guardi, a me spiace dire queste cose, anche perchè so che lei è una persona preparata e professionale. Credo, però, che lei abbia fatto a sua insaputa il lavoro sporco che qualcun altro, che ben sapeva come stavano le cose, le ha chiesto di fare”.
Vaticano è finita la pacchia! Con il nuovo Governo Deve pagarci tutti i soldi dell’Ici che i vecchi politici non avevano mai chiesto!
L’Italia deve recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa e dal no profit. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha infatti annullato la decisione della Commissione del 2012 e la successiva sentenza del Tribunale Ue del 2016 che aveva stabilito “l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà
organizzative” nei confronti degli enti come scuole, cliniche e alberghi. I giudici hanno ribaltato il verdetto: queste circostanze sono semplici “difficoltà interne all’Italia”.
La Corte, insomma, ha accolto il ricorso della scuola elementare Montessori di Roma, sostenuta dai Radicali, contro le due sentenze. Secondo stime dell’Anci, la cifra che Chiesa e enti non commerciali devono allo Stato per il periodo 2006-2011 si aggira intorno ai 4-5 miliardi di euro. E non può essere considerato “oggettivamente” impossibile sulla base dei dati catastali e delle banche fiscali, calcolare retroattivamente il tipo d’attività (economica o non economica) svolta negli immobili di proprietà degli enti non commerciali, e calcolare l’importo da recuperare.
Si legge ancora nella sentenza che l’Italia “avrebbe dovuto esaminare nel dettaglio l’esistenza di modalità alternative volte a consentire il recupero, anche soltanto parziale, delle somme”. Inoltre, ha ricordato che i ricorrenti erano situati “in prossimità immediata di enti ecclesiastici o religiosi che esercitavano attività analoghe” e dunque l’esenzione Ici li poneva “in una situazione concorrenziale sfavorevole (..) e falsata”. La Corte di giustizia ha ritenuto invece legittime le esenzioni dall’Imu.
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