mercoledì 28 giugno 2017
Non volevamo crederci, siamo davvero senza parole. Guardate cosa ha detto Di Battista..
LINK SPONSORIZZATO
Di seguito un testo di Alessandro Di Battista
La maggior parte dei media sta cercando di insabbiare lo scandalo Consip. Poco a poco non ne parlano più eppure sia Lotti sia Marroni (colui che ha dichiarato sotto giuramento di essere stato avvisato proprio da Lotti della presenza delle cimici negli uffici Consip) sono ancora al loro posto.
Ma la stampa è libera? Sapete che Lotti ha le deleghe all’editoria? Nei prossimi giorni per farci dimenticare queste porcate (anche la questione Minzolini la devono far uscire di scena il prima possibile) ripartirà l’attacco al M5S. Sarà sempre peggio da qui alle elezioni. Proveranno in ogni modo a colpirci. Ormai lo sapete, vi prego dateci una mano.
La Raggi ha decretato guerra al malaffare. Ecco la decisione che manda in tilt i corrotti di Roma
LINK SPONSORIZZATO
Atac licenzia gli assunti di Parentopoli. Dopo anni di opacità riportiamo la legalità.
Torna la legalità in Atac. Con il licenziamento di chi è stato assunto in modo illegittimo e senza che fosse rispettato alcun criterio di merito, mettiamo fine alla stagione di Parentopoli. E questo è un ulteriore segnale della direzione in cui stiamo andando.
Abbiamo voltato pagina da quel passato in cui dominavano logiche clientelari, illeciti e politiche che premiavano solo gli amici degli amici. Lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo ancora una volta oggi: non accetteremo nessun compromesso con l’illegalità.
APPALTI MILIONARI IN CAMBIO DEL SALVATAGGIO DE “L’UNITÀ”. REPORT INCASTRA RENZI.
LINK SPONSORIZZATO
Dopo l’acquisto del giornale gli affari della Pessina volano, ma il quotidiano fondato da Gramsci rischia tagli durissimi e la chiusura. La trasmissione di Rai3 chiede chiarimenti all’ex premier e segretario Pd, che fa rispondere da un avvocato
Antonio Massari per il Fatto Quotidiano
È vero che dietro il salvataggio de l’Unità, nel 2014, c’era un accordo politico che premiava l’imprenditore che l’ha rilevata, il costruttore milanese Massimo Pessina, con l’assegnazione di futuri appalti in Kazakistan? Ed è vero che, in questa storia, l’Eni ha giocato un ruolo essenziale? Matteo Renzi sceglie di non rispondere. Anzi. Minaccia querele. Eppure la vicenda riguarda anche i cronisti e i lettori de l’Unità – oggi in profonda crisi, con durissimi tagli all’orizzonte – oltre che l’intero Pd e il sistema degli appalti pubblici. E invece a Report invia poche righe, firmate da un avvocato: si tratta di notizie false, diffamatorie e calunniose, scrive il legale, annunciando “le opportune iniziative giudiziarie contro chi assumerà la responsabilità di avvalorarla e diffonderla”. E se l’intento era quello di bloccare l’inchiesta, firmata da Emanuele Bellano, l’obiettivo non è stato raggiunto: Report la trasmetterà questa sera.
Nel 2014 – ricostruisce Report – gli utili del gruppo Pessina crollano del 96%: le vecchie commesse sono quasi esaurite. L’Unità perde circa 400mila euro al mese: per Pessina non sembra l’investimento ideale. E invece decide di sedersi al tavolo delle trattative: vuole rilevarla. Report intervista un testimone – coperto dall’anonimato – che in quel periodo partecipa alla trattativa, con il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. “Quando eravamo al tavolo – dice il testimone – a Bonifazi dicevo: ‘Non sta in piedi: o il giornale fa 20mila copie oppure lasciamo perdere’. E lui: ‘No, si fa meglio, qui, là e su e giù…’. Guido era molto confidente su questa roba, era una sorta di merce di scambio”.
Il testimone parla di “merce di scambio” e cita Guido Stefanelli, socio di Pessina costruzioni, amministratore delegato de l’Unità. “I discorsi del tempo – continua – giravano intorno a una sorta di scambio politico, nel senso: mi fai la cortesia di…? e io ti farò la cortesia di…”. “Chi era?”, gli chiede il cronista. La risposta: “Bonifazi e Renzi”. E ancora: “Appalti con Eni?”. “Si diceva che c’erano interessi della Pessina in Kazakistan… case per tecnici e dirigenti. Nel complesso degli investimenti, i soldi persi da l’Unità, sono noccioline, rispetto a un affare di quel tipo”.
Notizia falsa, scrive l’ufficio legale, per conto di Renzi. Report intervista anche Matteo Fago, l’imprenditore che in quel periodo controllava l’Unità con il 51,2%. E che si vide rifiutare un’offerta da 10 milioni: “Ci fu un veto del Pd”, dice Fago. Che aggiunge: “Bonifazi mi diceva di fare un accordo per fare entrare Pessina. Ma il loro business plan faceva ridere, non poteva reggere”. E così Fago lascia perdere, mentre Pessina rileva l’Unità. Oggi, spiega l’ex direttore Sergio Staino, l’Unità vende 7mila copie al giorno. E di Pessina dice: “Penso che la sua azienda, lavorando molto all’estero, abbia visto nel governo Renzi, che all’estero guardava molto, un elemento di facilitazione. Non c’è nulla di male”. Fago dice di aver incontrato Stefanelli e racconta: “Era tornato da un viaggio in Kazakistan… disse che aveva visto una roba dell’Eni, che doveva costruire ville per l’Eni…”.
In effetti, scopre Report, il gruppo Pessina, con la società “Pessina costruzioni Kz”, oggi lavora in Kazakistan per il Consorzio Kpo, controllato da Shell ed Eni, entrambe impegnate nella gestione dell’enorme giacimento di petrolio e gas di Karachaganak. Ma quando nasce la società “Pessina costruzioni Kz”? Report scopre che viene costituita proprio nei giorni in cui il gruppo tratta l’acquisto del quotidiano.
Eni precisa che Kpo non ha contratti con Pessina. Nel bilancio 2014 del gruppo, però, si legge che la Pessina costruzioni “grazie alla partnership con un socio locale, già in possesso di qualifiche, permetterà l’ingresso della nostra società nel settore delle opere civili, industriali e infrastrutturali, legate ai giacimenti di Karachaganat in Kazakistan”.
E il socio locale è il consorzio “Aksai industriale park”, che firma un accordo con Kpo. Pessina ottiene lavori su 9 progetti ma a Report precisa che la società è inattiva. La camera di commercio kazaka, invece, comunica che il suo bilancio vale 450mila euro. E non si tratta dell’unico affare concluso all’estero da quando è stata rilevata l’Unità.
Nel gennaio 2016, a Roma, si tiene il Memorandum d’intesa con l’Iran. Tre mesi dopo Renzi vola a Teheran e, al suo seguito – oltre Eni, Enel e Ferrovie dello Stato – c’è anche Stefanelli: Pessina ottiene protocolli per lo sviluppo di 5 ospedali – due in fase di avanzamento – in project financing. E se, nel 2014, l’utile del gruppo Pessina era diminuito del 96%, dal 2015 – quando rileva l’Unità – l’azienda prende commesse per ben 236 milioni di euro. Tra queste, in Italia, i poliambulatori di Bologna e Sassari. E l’ospedale di La Spezia: gara d’appalto – un affare da 170 milioni – iniziata con la vecchia giunta, quella guidata da Claudio Burlando (Pd), bando chiuso proprio mentre si svolgono le trattative per il salvataggio de l’Unità. Delle 8 ditte invitate, però, una sola presenta l’offerta. È la Pessina, con l’infinitesimale ribasso dello 0,01 – di solito si viaggia intorno al 15% – ma tanto c’è poco da scegliere: è l’unica azienda in gara. Gli affari volano. L’Unità invece precipita. Nel 2016 Carlo Russo, l’amico della famiglia Renzi, viene intercettato dai carabinieri del Noe, che indagano sulle gare Consip, mentre propone all’imprenditore Alfredo Romeo di rilevare il quotidiano: “Se lei riuscisse a fare l’operazione… a quel punto s’è fatto un amico per tutta la vita…”.
LANNUTTI INFEROCITO PER IL SALVA BANCHE:”MARIO DRAGHI VA PROCESSATO. I BANCHIERI NON PAGANO MAI”.
LINK SPONSORIZZATO
Il presidente di Adusbef Elio Lannutti, ospite di Gianluigi Paragone a La Gabbia Open, commenta il caso MPS e va all’attacco del sistema bancario: “I banchieri non pagano mai, Mario Draghi deve essere processato. Sono stati bruciati 108 miliardi, la gente fa la fame per pagare i pasti dei banchieri”.
"DEVONO ANDARE IN GALERA!" TREMANO BANKITALIA E CONSOB
LINK SPONSORIZZATO
Ora che la frittata è fatta e che i contribuenti sono chiamati a pagare il conto plurimiliardario del crac delle due banche venete, sull’intera vicenda si cercherà di stendere una coltre di silenzio per coprire le vergognose responsabilità di chi l’ha gestita. Il Tesoro prova addirittura a spiegarci che abbiamo
fatto un ottimo affare a caricarci sulle spalle il peso dei crediti inesigibili, delle perdite, dei contenziosi e degli esuberi in capo a Popolare Vicenza e Veneto Banca e a regalare a Intesa Sanpaolo la parte buona: alla fine, tra un po’ di anni, ci guadagneremo addirittura 700 milioni. Detto dal ministro Pier Carlo Padoan, uno che non sa neanche quanto costa un litro di latte, c’è davvero da crederci. Il punto centrale di questa storia, però, è che la soluzione trovata – oltre a essere quella che massimizza i costi a carico della collettività a beneficio di un privato, il gruppo Intesa Sanpaolo – rende ancora meno credibile l’intero sistema e favorisce il cosiddetto “azzardo morale” da parte di banchieri privi di scrupoli.
Posto che le responsabilità principali dell’accaduto sono in capo a Gianni Zonin, Vincenzo Consoli e ai loro allegri compagni di merende, corre l’obbligo di ribadire che non avrebbero certo potuto stare al timone delle due banche venete per quasi un ventennio, facendole crescere anche a colpi di acquisizioni, senza la complicità diretta e indiretta di autorità di controllo – Bankitalia in testa – che si sono distinte unicamente per aver girato la testa dall’altra parte e chiuso ben più di un occhio. I comportamenti adottati sono sotto gli occhi di tutti: nessuna contestazione su come venivano gestiti gli istituti di credito e su come e a chi venivano piazzati strumenti finanziari rischiosi e illiquidi come le azioni non quotate delle due banche popolari e le obbligazioni subordinate. Mai nessun rilievo pubblico su come veniva determinato il valore (sempre in crescita) delle azioni delle due banche in assenza peraltro di valutazioni di terzi indipendenti, mai nessun serio controllo anche perché – nel caso della Popolare di Vicenza – un certo numero di uomini-chiave della Banca d’Italia, tra cui lo stesso capo della Segreteria particolare posizioni di assoluto rilievo dallo stesso Zonin. Si tratta solo di alcuni elementi, ma sufficienti per far capire come non possa essere considerato credibile un sistema nel quale l’Autorità di controllo arriva a prestare il fianco a simili critiche e, anziché trovarsi sotto inchiesta per le sue responsabilità e gli omessi controlli, viene ritenuta parte offesa, tanto che Zonin, Consoli e gli altri dovranno rispondere del reato di “ostacolo all’attività di vigilanza”. Peccato che le autorità di controllo sapessero tutto.
Bankitalia e Consob non hanno vigilato: risarciscano i danni – Chi ha subito l’azzeramento delle azioni e delle obbligazioni subordinate, e lo stesso Stato che è intervenuto con i soldi dei contribuenti per far fronte al crac, dovrebbero chiedere alla Banca d’Italia di risarcire i danni. Un discorso analogo vale per la Consob, che non si è affatto curata di controllare le modalità di collocamento di azioni e obbligazioni subordinate, vendute molto spesso in violazione delle norme di legge a soggetti del tutto privi dei requisiti previsti per l’acquisto. Anche la Consob dovrebbe essere chiamata a rispondere delle sue mancanze risarcendo i risparmiatori truffati e lo Stato per il danno erariale. Non si tratterebbe di una partita di giro tra fondi pubblici, ma di risarcimenti veri perché a finanziare il bilancio delle Authority sono i soggetti vigilati, ossia le banche, gli intermediari e le società quotate, e soprattutto sanzionare chi ha reso possibili i crac a causa delle sue omissioni è il primo, vero passo, che può contribuire a ridare credibilità ad arbitri di cui non si fida più nessuno.
Il flop della quotazione in Borsa e il prospetto su cui va aperta un’inchiesta – Ma le responsabilità di quanto accaduto non si fermano certo alle autorità di controllo: investono in pieno il governo che queste crisi le ha malamente gestite fino a condurle all’epilogo vergognoso di questi giorni: 17 miliardi di denaro dei contribuenti tra fondi distribuiti a Intesa Sanpaolo, coperture varie e garanzie pubbliche. Serve un breve riepilogo: la vigilanza bancaria sugli istituti di maggior importanza (tra cui Popolare Vicenza e Veneto Banca) passa dalla Banca d’Italia alla Bce e scoppia così il bubbone della crisi dei due istituti, crisi che appare subito gravissima. I due istituti si trasformano in spa nei tempi prescritti dalla legge sulle banche popolari del governo Renzi (legge su cui pende ora il giudizio della Consulta) e vengono spinti a quotarsi in Borsa per ripianare il deficit di capitale. La prima a provarci è Popolare di Vicenza, forte di un consorzio di garanzia capitanato da Unicredit e dell’appoggio del governo. La Consob dà il proprio via libera a un prospetto informativo sul quale – essendo l’azione penale obbligatoria – si spera che prima o poi qualche procura apra un’inchiesta. Nessun serio investitore nazionale e internazionale è disposto a mettere un euro sulla ex popolare vicentina e, per fortuna, solo pochi vecchi soci abboccano all’amo. Per salvare Unicredit dall’incauta garanzia prestata dall’allora amministratore delegato Federico Ghizzoni, arriva il neo-costituito fondo Atlante che – per 10 centesimi ad azione – sottoscrive l’intero importo dell’aumento di capitale evitando così il bail-in della popolare vicentina.
Circa due mesi dopo si ripeterà la stessa scenetta con Veneto Banca. Giova ricordare che il fondo Atlante è privato, ma solo per finta: a “ispirarne” la creazione è il Tesoro e a metterci il grosso dei soldi, oltre alle maggiori banche (eccezion fatta per Mediobanca) e a diversi gruppi assicurativi, sono anche società pubbliche come Cassa depositi e prestiti e Poste Vita. Atlante è in sostanza uno strumento che agisce su regia del Tesoro (e infatti è stato costituito proprio nelle stanze di Via XX Settembre per aggirare i vincoli europei) anche se è formalmente autonomo. A guidarlo è Alessandro Penati, il presidente di Quaestio sgr, che all’indomani dell’operazione sulla Popolare vicentina dichiara: “Per la ristrutturazione di una banca ci vogliono 3 anni, ma io conto di riuscirci anche in 18 mesi”.
Di Battista: "Ecco come funziona il Reddito di cittadinanza. Informate tutti"
LINK SPONSORIZZATO
Ma come funziona il Reddito di Cittadinanza? Ci sono le coperture? Si possono fare furbate? chi ti offre un lavoro se il lavoro non c'è?
Queste sono le domande frequenti sul reddito di cittadinanza proposto dal M5S per aiutare tutti i cittadini disoccupati. Risponde Alessandro Di Battista:
"Ora che è caduta la balla sull'impossibilità di finanziare il reddito di cittadinanza (negli ultimi mesi con una velocità inaudita il Governo PD ha trovato decine di miliardi per metterli a disposizione delle banche) coloro che non vogliono una misura capace di contrastare la povertà e sconfiggere quel cancro che si chiama voto di scambio insisteranno su un'altra balla, quella dell'assistenzialismo.
Diranno che in Italia non potrebbe funzionare perché ci sono troppi furbi e perché spingerebbe le persone a non lavorare. E' una stronzata colossale! La legge sul reddito di cittadinanza che abbiamo studiato in questi anni è molto semplice. Se non hai lavoro non puoi lasciare l'Italia, entrare in depressione o darti fuoco. Non è tollerabile in un Paese civile. Quindi hai bisogno di un reddito. Per ottenere questo reddito tuttavia devi metterti in gioco. Devi partecipare a corsi di formazione professionale per imparare un nuovo mestiere, devi mettere a disposizione 8 ore settimanali per lavori socialmente utili nel tuo comune (pensate a quante cose si potrebbero fare!) e soprattutto non potrai rifiutare più di 2 proposte di lavoro. Se rifiuti la terza perdi il sussidio.
“Ma chi ti offre un lavoro se il lavoro non c'è?” continuano a dire i critici per professione. Semplice. Nel momento in cui molti disoccupati avranno un reddito minimo e i pensionati minimi si vedranno aumentata la pensione da 400 euro al mese a 780 è evidente che moltissimi denari saranno spesi nel mondo reale (non portati in qualche paradiso fiscale). Questo creerà un circolo economico virtuoso. Aumenteranno i consumi e così si creeranno nuovi posti di lavoro, quei posti di lavoro che saranno proposti a chi riceve il reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza è una manovra economica ed è necessaria adesso più che mai sia per evitare che 130.000 persone fuggano ogni anno dall'Italia e sia per dare tempo al Paese per riconvertire la propria economia.
Perché ci vuole tempo per puntare su questi settori che saranno sempre più redditizi nei prossimi anni: piccole infrastrutture strategiche, trasporti, cultura, turismo, produzione di energia verde.
Ultima cosa. Chi mentirà per ottenere il reddito non avendone diritto andrà a processo e rischierà una condanna molto dura. Il reddito di cittadinanza così come una vera legge anti-corruzione, così come una legge sul conflitto di interessi, così come una vera lotta alla grande evasione fiscale non è soltanto una legge giusta, è una legge che crea posti di lavoro!"
IL VITALIZIO DI BERLINGUER (MORTO NEL 1984)? ABBIAMO FINITO DI PAGARLO IERI: ECCO PERCHE’
LINK SPONSORIZZATO
E’ MORTA IERI LA SIGNORA LETIZIA LAURENTI, VEDOVA DI ENRICO BERLINGUER. NEL RISPETTO PER IL SUO DECESSO, NON CI DIMENTICHIAMO CHE HA GODUTO FINO ALL’ULTIMO DEL VITALIZIO DEL MARITO, EX SEGRETARIO DEL PCI.
NON SIAMO RIUSCITI A TROVARE IN RETE L’IMPORTO, MA CONSIDERANDO CHE IL LEADER DEL PCI SEDETTE TRA I BANCHI DELLA CAMERA DAL 1968 AL 1984, L’IMPORTO DEL SUO VITALIZIO E’ SICURAMENTE SUPERIORE AI 7/8 MILA EURO AL MESE. CHE ABBIAMO PAGATO ALLA VEDOVA PER LA BELLEZZA DI 33 ANNI. MOLTIPLICATE LA CIFRA E FATE VOI…
(ANSA) E’ morta a Roma Letizia Laurenti, vedova di Enrico Berlinguer. Lo si apprende da fonti vicine alla famiglia. I funerali sabato mattina nella parrocchia di San Bellarmino ai Parioli.
“Io e mia moglie Clio abbiamo appreso con profondo dolore la triste notizia della scomparsa di Letizia Berlinguer. Ci ha legato una lunghissima amicizia che ci ha permesso di conoscere i tratti umani, l’intelligenza e l’ironia della sua personalità indipendente e discreta e del suo rapporto di affetto e collaborazione con Enrico, di dedizione senza limiti alla loro famiglia. Abbracciamo Bianca, Maria, Marco e Laura con intensa partecipazione per la loro dura perdita”, afferma Giorgio Napolitano.
martedì 27 giugno 2017
VOGLIAMO IL BOOM DI CONDIVISIONI: QUELLO CHE HA DETTO DI MAIO DEVONO SENTIRLO TUTTI GLI ITALIANI!
LINK SPONSORIZZATO
LUIGI DI MAIO
Residente a Pomigliano d’Arco, è il maggiore di tre figli. La madre è un’insegnante di italiano e latino ed il padre Antonio è stato dirigente del MSI prima e di AN poi.
Ha conseguito il diploma di Liceo Classico Vittorio Imbriani di Pomigliano d’Arco nel 2004. Ha proseguito gli studi presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, si è dapprima iscritto alla facoltà di Ingegneria, dove ha fondato assieme ad altri studenti l’associazione di studenti di ingegneria “ASSI”, poi si è trasferito a giurisprudenza e ha fondato insieme ad altri studenti l’associazione Studenti Giurisprudenza.it nell’anno 2006, nella quale ha ricoperto la carica di Consigliere di Facoltà e di Presidente del Consiglio degli Studenti. Ha lavorato come webmaster.
Carriera politica[modifica
Milita nel Movimento 5 Stelle dal 2007. Nel 2010 si candida come consigliere comunale del suo comune, senza riuscire ad essere eletto, ottenendo 59 preferenze. In seguito alle «parlamentarie» del Movimento 5 Stelle, viene candidato con 189 preferenze ed eletto alla Camera dei Deputati per la circoscrizione Campania 1 al secondo posto nella lista del Movimento 5 Stelle per le elezioni politiche del 2013. Il 21 marzo 2013 è eletto Vicepresidente della Camera dei deputati con 173 voti, diventando a 26 anni la persona più giovane ad aver ricoperto questo ruolo. Dal 7 maggio fa parte anche della XIV commissione, che si occupa delle politiche dell’Unione Europea.
Servizo choc de La Gabbia! Paragone unico in Italia a tirare fuori il documento “top secret” che fa tremare mezzo mondo
LINK SPONSORIZZATO
E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo. Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per approdare al parlamento italiano per seguire l’iter legislativo ed essere votato. Chi lo dice?
Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.
Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.
L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.
I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.
Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.
Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.
Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.
È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.
Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.
Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.
È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?
Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).
Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.
Virginia Raggi ricorre al Tar e batte il progetto del governo. Guardate in quale impresa è riuscita..
LINK SPONSORIZZATO
Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso con il quale il Comune di Roma contestava il decreto con il quale è stata formalizzata l’istituzione del Parco del Colosseo, voluta dal ministro della Cultura, Dario
Franceschini. Due le sentenze di accoglimento pubblicate, la seconda riguarda il ricorso che sullo stesso argomento è stato proposto dal sindacato Uilpa-Bact. Si attendono le motivazioni delle sentenze.Roma Capitale aveva presentato ricorso al Tar per chiedere l’annullamento del decreto istitutivo del parco archeologico del Colosseo del 12 gennaio 2017. L’istituzione del Parco Archeologico del Colosseo secondo il Campidoglio era “lesiva degli interessi di Roma Capitale”. “E’ inaccettabile che a Roma ci siano aree di serie A e aree di serie B, in pratica sembra che il governo voglia gestire in totale autonomia e senza alcuna concertazione il patrimonio culturale dell’amministrazione stessa”, disse la sindaca Virginia Raggi sottolineando che “i ricavi della bigliettazione del Colosseo e dei Fori portano nelle casse del nuovo ente circa 40 milioni di euro che prima andavano per l’80% alla Soprintendenza speciale, oggi invece saranno tutti del Parco e solo il 30% andrà alla Soprintendenza. Quindi su Roma rimane molto poco”. Il decreto istitutivo prevede un Parco Archeologico con l’autonomia di cui godono gli altri parchi archeologici e con competenze su Colosseo, Foro Romano, Palatino e Domus Aurea.
Fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/arte/2017/06/07/tar-stop-a-istituzione-parco-colosseo_995c85dd-a139-4c6d-869c-7612823faf5e.html
MARIO MONTI, DOPO SEI ANNI VIENE A GALLA TUTTA LA VERITÀ: ECCO COME CI HA ROVINATI
LINK SPONSORIZZATO
LA CORTE DEI CONTI ACCUSA DIRETTAMENTE IL GOVERNO MONTI DI AVERE PROVOCATO UN DANNO ALLO STATO DI 4,1 MILIARDI DI EURO!
di Luca Campolongo
Vi ricordate il pianto di coccodrillo in diretta di Elsa Fornero mentre massacrava le pensioni? Ricordate la sventagliata di tasse messe dal governo presieduto da Monti, le sue costanti bacchettate sulle dita degli italiani colpevoli (a suo dire) di aver vissuto al di sopra delle loro possibilità e di non accettare l’amara medicina dell’austerità made in germany?
Ricordate anche il “fate presto” del sole24ore? E gli osanna lanciati al professore grigio come i loden che è solito indossare per aver “salvato la patria”?
Bene, secondo la Corte dei Conti, quel governo di “salvezza nazionale” dell’esimio Monti, sarebbe responsabile dello sperpero di ben 4,1 miliardi di euro di risorse pubbliche, ovvero di risparmi dei cittadini massacrati, torturati, annientati dalle tasse di quel governo (basti ricordare l’aumento vertiginoso dei casi di suicidio tra i piccoli imprenditori ed i licenziati a causa di quelle scellerate politiche).
In base alle indagini ordinate dalla Corte dei Conti, infatti, pare che lo stato italiano abbia versato la bellezza di 3,1 miliardi di euro nelle casse di Morgan Stanley per chiudere quattro contratti derivati e rinegoziare due coperture sulle valute. Operazione duramente contestata appunto dalla Corte dei Conti che ha stimato in 4,1 miliardi di euro il danno complessivo subito dalle casse pubbliche.
Per la giustizia contabile, Morgan Stanley sarebbe responsabile al 70% del danno provocato alle casse statali, mentre il restante 30% sarebbe da attribuire a Maria Cannata, con un ruolo preponderante, il suo predecessore Vincenzo La Via e gli ex direttori del Tesoro, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli. E c’è da aggiungere che la signora Cannata ancora oggi è responsabile del collocamento sui mercati dei titoli di stato italiani!
E c’è anhe da notare che Morgan Stanley, nonostante le accuse mosse dalla Corte dei Conti e la richiesta di risarcimento, è ancora tra le banche specialiste, ovvero tra quelle che devono “aiutare” il Ministero del Tesoro a gestire il debito pubblico nel tempo!
E’ tuttavia necessario tornare al 1994 per capire l’intera vicenda, quando al Tesoro c’era un certo Mario Draghi, che concesse a Morgan Stanley una clausola con la quale la banca poteva uscire da tutti i contratti derivati qualora il valore della sua esposizione creditizia nei confronti della Repubblica Italiana avesse superato una soglia oscillante tra i 50 ed i 150 milioni di euro, a seconda del rating del nostro stato.
Nel 2011 Morgan Stanley attiva la clausola, contravvenendo al suo ruolo di gestore del debito di lungo periodo e, secondo la Corte dei Conti “ha commesso palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione contrattuale”. Violazioni cui il governo Monti, chiaramente, avrebbe dovuto opporsi.
La Banca si è giustificata dicendo che ha agito in tal modo a causa dell’impennata dello spread che portò alla caduta del governo Berlusconi, ma nella clausola NON si parla di spread, ma solo di rating, ed il declassamento dell’Italia è avvenuto ben dopo la chiusura dei contratti!
La corte va ancora più in profondità nelle sue accuse tanto che è emerso che il Tesoro non solo non era capace di predisporre i collaterali, ma aveva perfino “carenza di risorse strumentali e di personale adeguato”, tanto da non essere in grado di ponderare il rischio dei contratti che andava sottoscrivendo!
Piccole note a margine: all’epoca dei fatti Mario Monti aveva l’interim del Tesoro, per cui era diretto superiore della Cannata, e quindi non poteva non sapere e npn poteva non aver autorizzato e quindi provocato qesto gigantesco danno alle csse dello stato italiano, mentre è di questi giorni la proposta di Berlusconi di candidare Draghi come futuro premier, dello stato italiano. Alla luce dei disastri compiuti da “tecnici” e banchieri, è il caso che la politica torni a riappropriarsi del ruolo che le compete e che releghi i tecnocrati al posto che loro spetta: nelle pagine più nere della storia di questo paese. Non prima di avere pagato con le proprie ricchezze personali almeno una parte dei danni che hanno causato all’Italia.
Fonti
http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/dopo-sei-anni-corte-conti-scopre-caso-derivati-ndash-se-149303.htm
LaVerità edizione del 7 giugno 2017 “Un danno da 4,1 miliardi all’Italia. La Corte dei Conti accusa Monti”, pag. 7
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/15/derivati-corte-dei-conti-la-responsabile-del-debito-pubblico-sottovaluto-rischi-dei-contratti-con-morgan-stanley/3035870/
Iscriviti a:
Post (Atom)
Prestiti garantiti, le banche tradiscono il Paese! Il m5s è pronto a dare battaglia
Solite banche. Con le imprese allo stremo a causa dell’emergenza coronavirus, che ha generato una pesantissima crisi economica e ha fatto fi...
-
LINK SPONSORIZZATO E’ MORTA IERI LA SIGNORA LETIZIA LAURENTI, VEDOVA DI ENRICO BERLINGUER. NEL RISPETTO PER IL SUO DECESSO, NON CI ...
-
L'annuncio di Di Maio su Facebook è una rivoluzione: Con il DDL SpazzaCorrotti Confisca di tutto ciò che hai rubato allo Stato. SEMP...










